Roberta Paltrinieri – Perle di cultura – Ordinare il tempo: la continuità storica del lunario dagli Annales ad Al Barnardon

Nata a Mirandola, è plurilaureata e ha conseguito le proprie lauree presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, sviluppando un profilo multidisciplinare d’eccellenza negli ambiti filosofico, letterario, storico e artistico.
Ha fondato e insegnato per oltre vent’anni nel proprio Studio Didattico, una private teaching school, operando come private tutor and learning coordinator. A questa attività ha affiancato quindici anni di docenza di materie umanistiche nelle scuole secondarie statali della provincia di Modena. Nel corso degli anni ha inoltre integrato i propri studi con percorsi di specializzazione presso prestigiose fondazioni italiane.
Già redattrice di testi d’arte e autrice di dispense su vari argomenti specialistici, ha tenuto seminari e conferenze anche all’estero sull’arte italiana.
Collabora stabilmente a vario titolo con docenti universitari in Italia e all’estero.
È ricercatrice indipendente, scrittrice e ghostwriter.
Ha intrapreso la collaborazione con Al Barnardon mossa dalla convinzione che la cultura locale in ogni sua sfaccettatura -dall’arte alla storia, dalla letteratura alla filosofia e alle tradizioni- rappresenti un patrimonio inestimabile da sostenere e valorizzare.
Ordinare il tempo: la continuità storica del lunario dagli Annales ad Al Barnardon
Il lunario contemporaneo è l’erede di una tradizione millenaria che fonde misurazione del tempo, osservanza religiosa e saggezza popolare; con le sue indicazioni e i suoi pronostici, spesso in vernacolo, non è un semplice prodotto folcloristico, ma l’esito di una stratificazione documentaria che affonda le radici nelle basi storiche della civiltà occidentale. Ripercorrere la sua genesi significa tracciare il passaggio dalla registrazione sacrale del tempo alla sua democratizzazione popolare.
L’origine del concetto di “cronaca annuale” risiede negli Annales Pontificum dell’antica Roma repubblicana. Curati dal Pontefice Massimo, questi documenti rappresentavano la memoria ufficiale dello Stato romano. La loro funzione era duplice, archivistica e religiosa. Sulla Tabula dealbata, una tavola bianca esposta al pubblico, il Pontefice Massimo annotava non solo i magistrati in carica, ma anche i fatti salienti dell’anno, eclissi, guerre, carestie e prodigia, gli eventi soprannaturali.
Accanto agli Annales, anche i Fasti, calendari che distinguevano i giorni in cui era lecito trattare affari pubblici (dies fasti) da quelli dedicati agli dei, contribuivano a delineare l’impalcatura cronologica su cui si reggeva la vita civile. In questa fase il tempo non era ancora privato, ma si configurava come un evento sacro e politico, un vero affare di Stato. Sapere se un giorno fosse fasto o nefasto significava conoscere il ritmo con cui la civiltà poteva muoversi.
Gli Annales erano il tentativo di dare un senso al caos degli eventi, trasformandoli in una sequenza ordinata. Anche Cicerone ricorda come la storia non fosse “nient’altro che la composizione degli Annales…tramandando, senza alcun ornamento, il ricordo dei momenti, degli uomini, dei luoghi e delle imprese”. Gli Annales Pontificum non erano semplici racconti, ma atti di registrazione ontologica: ciò che veniva scritto sulla Tabula dealbata esisteva ufficialmente nella memoria dello Stato.
Questa strutturazione del tempo come “griglia di eventi”, la cui redazione ufficiale fu interrotta intorno al 123 a. C. sotto il pontificato di Publio Mucio Scevola, che raccolse tutti gli Annales sparsi in 80 libri, costituì il primo mattone dell’architettura del lunario.
Nel I secolo d. C., durante il periodo imperiale giulio-claudio di Roma, si diffusero i Menologia Rustica, una sorta di calendario-lunario inciso su blocchi di marmo di forma parallelepipeda.
Divisi in dodici colonne, tre per ogni lato, riportavano mensilmente informazioni pratiche: il segno zodiacale, il mese e il giorno, le ore di buio e di luce, le divinità tutelari, le festività religiose e, soprattutto, le attività agricole da compiere. Erano strumenti utilitari per la gestione dei campi e il rispetto dei riti religiosi legati ai cicli naturali. Nelle ville rurali, la stessa scansione dei Menologia veniva celebrata in mosaici e cicli pittorici, che trasponevano il calendario in un’iconografia agricola e religiosa di forte impatto visivo.
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Con il Medioevo, la funzione di gestione del tempo e della sua memoria si sposta nelle mani dei monaci. Nelle abbazie medievali la necessità di stabilire la data della Pasqua, basata sul ciclo lunare, cade infatti la prima domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, portò alla fioritura dei Trattati di Computo. Questi testi non erano solo calcoli matematici e astronomici; nei margini delle tavole pasquali, i monaci iniziarono a inserire brevi annotazioni sugli eventi correnti, oltre a indicazioni agricole e metereologiche. Il tempo era ora scandito dai ritmi della vita liturgica e dalle stagioni del lavoro dei campi.
Da queste glosse nacquero le Croniche medievali, che ereditarono dagli Annales lo stile asciutto e cronologico, ma aggiungendovi una nuova dimensione: quella del ciclo naturale e rituale. Accanto al calendario dei santi, tali annotazioni si arricchirono di più dettagliate informazioni metereologiche e di puntuali precetti per la cura delle colture. La storia non riguardava più solo grandi personaggi ed eventi, ma il rapporto dell’uomo con la terra e con Dio. Il tempo diventò circolare, ritmato dalle stagioni e dalle lunazioni.
Rispetto alla tradizione degli Annales romani, la cronachistica medievale abbracciò una concezione provvidenziale della storia: il tempo non era più semplice cronologia, ma un cammino spirituale verso la salvezza.
Fu proprio in questo periodo che la registrazione dei fenomeni celesti (eclissi, congiunzioni, ecc.) si integrò con l’osservazione metereologica, preparando il terreno per il lunario moderno, che prese forma come strumento ibrido: da un lato la cronaca dei fatti umani, dall’altro la previsione dei cicli celesti funzionali all’agricoltura.
A seguito dell’invenzione della stampa il lunario realizzò il suo salto definitivo. Tra il XVI e il XVII secolo, il lunario diventò il primo vero mass media; per molte famiglie contadine e artigiane, era spesso l’unico “testo” presente in casa, l’unico mezzo di diffusione culturale, insieme alla Bibbia.
In questo arco di tempo avvenne dunque la metamorfosi decisiva: si stabilizzò il formato, un unico grande foglio, e il contenuto, fasi lunari, eclissi, solstizi, pronostici e dialoghi satirici.
Apparvero figure iconiche e semi-leggendarie, come l’astrologo Barbanera, che diventarono voci autorevoli e familiari. Per inciso, va ricordato che nel 2015 l’Unesco ha inserito la collezione di almanacchi Barbanera nel Memory of the word Register a testimonianza della funzione storica di alfabetizzazione e diffusione del sapere di questa tipologia di pubblicazioni popolari.
Nella storia moderna, il lunario eredita dunque il ruolo degli antichi Annales: commenta l’anno appena trascorso, scherza sui costumi sociali e tramanda una memoria collettiva che altrimenti andrebbe perduta.
L’evoluzione del lunario non è solo un percorso cronologico, ma una progressiva discesa del tempo dal cielo alla terra, dalle istituzioni al popolo.
Il passaggio definitivo avviene tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, quando la struttura della cronaca incontra la lingua del popolo. In questo solco si inserisce, nel 1879, Al Barnardon, lunario la cui tradizione è radicata nel territorio della Bassa modenese e a cui spetta una posizione di rilievo nel panorama dei lunari padani. Questa pubblicazione rappresenta l’apice della maturità del genere, dove la struttura ereditata dalla storia si fonde con l’identità locale.
Il nome stesso richiama un personaggio emblematico, la figura allegorica di un sapiente di campagna, raffigurato in un abbaino con un cannocchiale puntato alle stelle, che fa da ponte tra il mistero del cosmo e la quotidianità della Bassa.
L’immagine del lunario si riferisce ad Antonio Bernardi (1795-1859), detto appunto Al Barnardon, eccentrico studioso mirandolese di astronomia. Le profonde “conoscenze” accumulate lo portarono a invalidare il sistema copernicano, sostituendolo con uno di propria invenzione, descritto nel 1844 nel Nuovo Sistema Universale Planetario-Meteorologico.
Dal 1848 si occupò di astrologia, catturando l’interesse di un vasto pubblico e ispirando, con le sue divinazioni, un lunario intitolato proprio Il nuovo astrologo mirandolano, edito dalla tipografia Cappelli di Modena.
Se gli antichi Pontefici romani interpretavano i prodigia, Al Barnardon interpreta i segni del mondo moderno; se gli Annales erano la voce del potere e le Croniche medievali la voce della fede, Al Barnardon rappresenta la voce della terra. Questo lunario propone una didattica astrale che traduce le complesse fasi della luna in indicazioni concrete per il lavoro agreste, rinsaldando il legame tra uomo e cosmo: è la riproposizione del Computo medievale che si manifesta sotto forma di guida pratica.
Il Dascors Generâl, il suo celebre Discorso Generale in dialetto, è l’elemento distintivo di Al Barnardon, il cuore pulsante di questa pubblicazione. Non si tratta di folclore, ma di un’operazione culturale raffinata. È qui che il collegamento con le antiche cronache si fa manifesto, evidenziando una sorta di esegesi sociale: come nelle cronache medievali si commentavano le sorti delle città, nel discorso di Al Barnardon si analizza e si interpreta l’anno passato.
Allo stesso tempo si propone come ermeneutica del quotidiano, commentando i fatti dell’anno trascorso, politica, economia, costume, attraverso la lente di un pragmatismo ancestrale.
Mentre gli Annales romani parlavano la lingua del potere, Al Barnardon sceglie il dialetto non solo come forma comunicativa, ma come atto di resistenza culturale.
Il dialetto non è un limite, ma un bisturi: permette una satira sociale e una schiettezza che la lingua colta spesso filtra. Commenta infatti gli eventi locali e non solo con quell’ironia sferzante e quella disincantata saggezza che caratterizzano l’identità popolare. L’arguzia del dialetto viene incanalata per muovere critiche che, in lingua corrente, risulterebbero pesanti, mantenendo una funzione di cronaca satirica che ricorda vagamente lo spirito delle pasquinate.
Il valore del vernacolo consiste dunque nell’utilizzare espressioni come “nona”, una forma di saluto e commiato tipica, sottolineando come il dialetto mirandolese non sia una lingua povera, ma una lingua vera, di cui rivendicare con orgoglio l’appartenenza.
Oggi consultare Al Barnardon significa tenere in mano l’ultimo anello di una catena millenaria. Dagli Annales ai Menologia, dalle Croniche fino al discorso in dialetto, l’obiettivo è rimasto identico: dare ordine al tempo, offrire una critica sagace che induca alla riflessione e, soprattutto, mantenere viva la memoria.
Il lunario dialettale non è dunque un residuo del passato, ma una forma di “storia dal basso” che continua a scandire il tempo della comunità.
Anche nell’era digitale, il lunario resiste. Che sia stampato su carta o consultato online, la sua essenza rimane invariata: è il tentativo di riconnettere l’uomo ai ritmi cosmici.
Al Barnardon, dalla sua specola ideale, continua a osservare il cielo per spiegarci la terra.
BIBLIOGRAFIA
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