Livio Bonfatti : «L’è mèi aver un mòrt in cà che un mantvàň dadnànz a la porta.» Un ricordo dell’amico “Geometra Andrea Borghi “

Livio Bonfatti : «L’è mèi aver un mòrt in cà che un mantvàň dadnànz a la porta.» Un ricordo dell’amico “Geometra Andrea Borghi “

24 Ottobre 2026 0

«L’è mèi aver un mòrt in cà che un mantvàň dadnànz a la porta.»

Anzitutto vi chiedo di perdonarmi se per spiegarvi il significato del “modo di dire” riportato nel titolo la devo prendere “alla larga”.

A volte il senso di un “motto” è “sottinteso” e va oltre l’etimologia del lessico impiegato, sconfinando nei sentimenti o nei rapporti interpersonali. Devo dire che nel mio caso, fino ad una certa età, non mi era capitato d’incontrare persone che io potessi catalogare come “mantovani” e come tali riconoscessi in loro caratteristiche peculiari tipiche di una popolazione abitante nel territorio di Mantova. Entrando nel mondo del lavoro mi è capitato invece di contattarmi con persone che manifestavano espressioni proprie delle aree poste a settentrione del mirandolese, diverse dal mio linguaggio e non in linea coi miei atteggiamenti. Fra i i colleghi dell’Ufficio tecnico del Comune di Mirandola c’era il geometra Andrea Borghi (1936-2007?), di origini mantovane, “purosangue”, essendo nato a Revere, sposato con una signora di Mantova.

All’interno dell’ufficio svolgevamo lavori per due settori diversi. Andrea curava la costruzione e manutenzione delle strade, mentre io seguivo i fabbricati comunali e le loro ristrutturazioni. Per cui capitava di rado che avessimo bisogno l’uno dell’altro. Tuttavia il destino o le circostanze della vita hanno fatto si che a metà degli anni ’70 iniziammo una fattiva collaborazione che è durata per una quindicina d’anni.

L’occasione fu la costruzione di un impianto natatorio, denominato Centro Nuoto, in Mirandola. Si trattava, per il periodo, di una opera “faraonica”, comprendente due vasche, al coperto e due vasche, di cui una olimpionica, all’aperto. Risultava rilevante sia l’onere finanziario sia la complessità del progetto, redatto dallo studio d’architettura Leonardi e Stagi di Modena. Il geometra Ascari, responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale, ritenne opportuno affidare la gestione di quest’ultimo lavoro al geom. Borghi, per le approvazioni di rito e la cura degli aspetti economici, mentre a me competeva l’assistenza in cantiere e i rapporti con i tecnici progettisti. Per essere in sintonia nelle decisioni da prendere, decidemmo, di comune accordo, di collocarci nello stesso ufficio. Questa circostanza ci legò indissolubilmente, non solo per le vicende di lavoro, ma anche per il nostro vissuto, dentro e fuori dalle rispettive famiglie

Dopo poco tempo capitò che una mattina recandomi a bere un caffè nel bar Molinari, posto lungo la via del Lotto, incontro un amico, anch’egli dipendente in Comune di Mirandola, che, fatte le solite chiacchiere, mi chiese: «Sét sicùr da vlér stâr in n’ufìsi con un mantvàñ?». La domanda mi stupì molto e chiesi: «Parchè?», ma non ebbi risposta. Tuttavia quella richiesta continuò a “frullarmi” in testa, non trovando nessuna giustificazione. In un successivo incontro con l’amico di cui sopra gli dissi: «Dimmi il motivo del perché mi hai chiesto se ero contento della convivenza, in ufficio, con Borghi?». E la risposta fu: «Ma té al sât al provèrbi che ad gém, nuàtar a la Mirandùla, quènt t’incòntar un mantvàñ?». Rispondo:«Sé! Mantvàñ, largh ad bócca e stricch ad mân!». Il mio amico, con fare stupito, sbottò:«Ma noo! An ne minga quall’è al provèrbi, nuâtar ad gêm -L’è mèi un mòrt in cà che un mantvàñ dadnànz a la porta».

Da quel momento in poi la mia convivenza con Borghi venne, da me, analizzata in ogni suo aspetto, direi antropologico, cogliendo, a fondo, tutto ciò che ci differenziava, io perfetto mirandolese e lui esemplare di un ineccepibile mantovano.

Per rendere concreto questo argomento vorrei descrivere appunto, alcune di queste singolari caratteristiche che abitualmente emergevano nel corso della nostra forzata comunione, nello stesso ufficio. Anzitutto il suo tono della voce appariva “oltre le righe”, per cui che telefonasse o in un normale colloquio, alternava la voce bassa con tratti repentini di rialzo della voce, come se fosse arrabbiato, rimarcando in particolare la pronuncia della vocale “a”, rendendola oltremodo sonora. Spesso mi trovavo a richiamarlo dicendogli: «Veh! Andrea! Cala un po’ la vòš, se no it sèntan anch …in via Curtatone! At se segrèt cumè…al tróñ.».

Nelle discussioni o nei colloqui con cittadini mirandolesi, che si parlasse di lavoro o di qualsiasi altro argomento, era abitudine di Borghi, infilare nelle frasi, intercalari piuttosto “coloriti”, che “scioccavano” l’interlocutore, lasciandolo interdetto, non capendo se si trattasse di scherzo o di un comportamento intenzionale. Vi farò un esempio significativo! Se voi sentite rivolgervi la seguente frase: «La vacca c’tà fatt!», la riterreste una offesa nei confronti di vostra madre? O una divertente imprecazione? Ecco, per Borghi era un utile intercalare per interrompere, brevemente, il discorso o concludere lo stesso con una esclamazione. Andrea era talmente soddisfatto dallo stupore sollevato dalla frase “incriminata” che la concludeva così: «La vacca ac t’hà fatt e… al tòrr c’tà chiunnà [cullato]!» Sarei curioso di sapere come la pensate voi?

In qualche discussione, Andrea si stupiva che io, dopo l’orario di lavoro, alla sera, preferissi restare in casa, in famiglia e guardare la televisione. Infatti per lui era d’obbligo, dopo cena, recarsi al bar od osteria per stare con gli amici. Il bar, era per lui un “porto franco”, dove assieme ad altri giovani, magari non maritati, organizzare “avventure” di ogni genere. Era un “liberi tutti” molto apprezzato dai mantovani in genere e certamente accettato nei vari “ménage” familiari. Anche a me Andrea chiedeva di uscire la sera, ma io “svicolavo” dicendo: «A sòn stâ in piazza tutt al gióran, an no minga vòia ad turnàrag anca la sirra!» Altre volte, per farlo arrabbiare gli dicevo: «Al d’mànd a me muièr Donata, s’lè d’accòrd?!».

Tuttavia in Borghi ho apprezzato la sua sincera disponibilità, nei miei confronti, nei casi “problematici” che incontravo nel lavoro od anche in occasione di miei periodi di malattia. In questi episodi vi posso garantire che la sua partecipazione non era di circostanza, ma si “avvicinava” a me come un fratello e mi seguiva, passo dopo passo, per aiutarmi in ogni situazione. Ecco proprio questo impegno non lo riconosco più presente a noi emiliani, che abbiamo assunto un comportamento ormai distaccato nell’affrontare le sventure che la vita ci riserva, presi dal ritmo del nostro lavoro.

La realtà mantovana, fino a qualche decennio or sono, rispecchiava ancora le peculiarità di una civiltà contadina, più attenta ai rapporti sociali di comunità.

Livio Bonfatti
Livio Bonfatti

Livio Bonfatti, mirandolese di nascita (1947), ha conseguito il diploma di geometra nel 1968. Ha svolto l’attività lavorativa presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Mirandola. Dal 1985 al 1988 ha collaborato alle iniziative editoriali della casa editrice “Al Barnardon” mediante articoli e con impegni redazionali. Dal 1988 è socio della Associazione culturale Gruppo Studi Bassa Modenese e partecipa attivamente alla elaborazione di progetti editoriali. Contemporaneamente pubblica numerosi articoli sulla Rivista semestrale dell’ Associazione. Gli argomenti trattati spaziano dalla idrografia antica, alla geomorfologia storica, ovvero mettendo a fuoco quella che definiamo la “storia del paesaggio”, accompagnata da una puntuale ricerca archivistica. Il territorio preso in esame è quella parte di Pianura Padana  che si distende dalla via Emilia sino al Po.

Principali pubblicazioni.

  1. Bonfatti, Mirandola sulla Secchia, in La Sgambada , 5ª edizione, Mirandola 1985.
  2. Calzolari- L. Bonfatti, Il Castello di Mirandola dagli inizi del Settecento alla fine dell’Ottocento: “descrizioni”, documentazione cartografica e trasformazioni planimetriche, in Il Castello dei Pico. Contributi allo studio delle trasformazioni del Castello di Mirandola dal XIV al XIX secolo, Mirandola 2005.
  3. Bonfatti, Manfredo del Fante. La Bassa Modenese sul finire del XII secolo, vista attraverso le vicende di un cavaliere medievale, «QBMo», 70 (2017).
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