L’ “americanata”di Buffalo Bill tra successi europei e scetticismo modenese.
Roberta Paltrinieri – Perle di cultura –
L’ “americanata”di Buffalo Bill tra successi europei e scetticismo modenese: manifesti, rèclame ed emancipazione femminile.
All’inizio del Novecento il mito del Far West americano non era più soltanto un’eco lontana affidata ai romanzi d’avventura. Era una realtà tangibile, rumorosa e colorata che si spostava su rotaie. Il colonnello William Frederick Cody, universalmente noto come “Buffalo Bill”, riuscì nell’impresa di trasformare la frontiera americana in uno spettacolo itinerante senza precedenti: il Wild West Show.

Con centinaia di cavalli e bisonti, un’imponente truppa di cowboy, abilissime tiratrici, cavallerizze e nativi americani, Cody attraversò l’Atlantico per mostrare al Vecchio Continente l’epopea del Nuovo Mondo. Tuttavia, la sua parabola europea non ebbe ovunque la stessa risonanza: se a Londra e Parigi il suo passaggio venne salutato con entusiasmo e onori reali, l’impatto con l’Italia, e in particolare con il pragmatismo della provincia emiliana, rivelò una reazione più complessa, intrisa di meraviglia ma anche di pungente scetticismo.
Prima di giungere nella penisola, la macchina scenica di Cody aveva già consacrato il suo creatore a mito vivente nelle principali capitali europee. La svolta avvenne nel 1887 a Londra, durante l’American Exhibition organizzata per il Giubileo d’Oro della Regina Vittoria.
Per la sovrana britannica, da anni ritiratasi a vita privata, fu predisposta un’esibizione esclusiva. L’evento la colpì a tal punto che, al passaggio della bandiera statunitense, si alzò in piedi, sancendo una simbolica riconciliazione con l’ex colonia.
Anche il futuro Edoardo VII, divenne un fan accanito dello Show. L’11 maggio a Earls Court il principe di Galles organizzò uno spettacolo speciale per gli ospiti reali. Salì a bordo della celebre “Diligenza di Deadwood”, seduto sulla serpa al fianco di Buffalo Bill, per provare l’ebrezza di un giro d’arena sotto il simulato attacco di guerrieri Sioux e Cheyenne, tra spari a salve e urla di guerra. All’interno del veicolo si trovavano i re del Belgio, di Grecia, di Sassonia e il principe ereditario di Danimarca, presenti a Londra per le celebrazioni.
Due anni dopo, nel 1889, fu la volta di Parigi. Accampato ai piedi della neonata Tour Eiffel, durante l’Esposizione Universale, lo Show stregò la Belle Époque. L’alta società parigina, gli intellettuali e gli artisti, come Paul Gauguin che visitò più volte l’accampamento di Buffalo Bill affascinato dal “mito del buon selvaggio”, rimasero folgorati dall’estetica ruggente del West.
La capitale francese trasformò Cody in un’icona di stile e il Far West in una moda di massa, tanto da spingere la celebre pittrice Rosa Bonheur a ritrarre dal vivo, direttamente nell’accampamento, il colonnello a cavallo e i fieri guerrieri Sioux.
L’Italia conobbe il Wild West Show una prima volta nel 1890 e una seconda, più capillare, nel 1906.
La prima tournée fu segnata da eventi straordinari. Il 3 marzo 1890, Buffalo Bill e la sua truppa vennero ricevuti in Vaticano da Papa Leone XIII, in un incontro che ebbe un’eco enorme persino sulla stampa americana.
Pochi giorni dopo, l’8 marzo a Roma, nella zona di Prati di Castello, si consumò l’episodio più celebre: il duca Onorato Caetani di Sermoneta volle sfidare la fama dei cowboy sostenendo che i butteri fossero superiori nel domare i cavalli bradi.
Nacque così una leggendaria competizione tra gli americani e la squadra dei butteri capitanata da Augusto Imperiali, detto “Augustarello”. Sotto gli occhi della folla in delirio, i butteri domarono con grande abilità i feroci mustang americani. La tradizione vuole che Imperiali vinse la scommessa, ma Cody, risentito per lo smacco, levò le tende senza versare l’intero premio pattuito. L’episodio consacrò i butteri a eroi nazionali, dimostrando come l’Italia fosse pronta a raccogliere la sfida dell’immaginario americano.
Nel 1906 lo Show ritornò con una struttura ancora più imponente. A Torino si registrò l’accoglienza più calda, con file interminabili ai botteghini ed echi profondi nella cultura orale.
I torinesi furono a tal punto conquistati dal mito dell’eroe del West che nacquero diverse canzoncine popolari; la più famosa, composta dal conte decaduto Eugenio Piossasco, noto come Eugenio Veritas, narrava del povero Tonin, abbandonato dalla sua Rosina fuggita con un giovane della troupe di Buffalo Bill. L’impatto sul costume fu immediato, tanto che persino i bambini iniziarono a giocare a “cowboy e indiani”.
L’arrivo del Wild West Show nel territorio modenese, come ovunque in Italia, fu preceduto da una strategia pubblicitaria che per l’epoca rappresentava un’assoluta avanguardia visiva: la cromolitografia americana.
Questa tecnica di stampa a colori su pietra calcarea consentiva di ottenere immagini dai toni accesi, saturi e resistenti agli agenti atmosferici. Per realizzare un singolo manifesto occorrevano fino a dieci o dodici pietre differenti, una per ciascun colore, sovrapposte con precisione millimetrica. Più che una semplice pubblicità, la cromolitografia era considerata una nuova forma d’arte grafica commerciale, in grado di portare la bellezza e la maestria figurativa direttamente nelle strade.
Dal punto di vista artistico, la forza di questa tecnica risiedeva nella capacità di fondere il realismo della pittura classica con l’impatto sintetico e dinamico della cartellonistica moderna. Attraverso una sapiente stesura dei pigmenti e un uso drammatico del chiaroscuro, le immagini non si limitavano a illustrare, ma mettevano in scena il mito: i contorni netti dei volti, il vigore delle masse muscolari dei cavalli e la brillantezza dei rossi, dei blu e degli ori trasformavano il supporto cartaceo in una superficie viva, dotata di una tridimensionalità del tutto sconosciuta alla stampa tipografica europea dell’epoca.

Cody faceva stampare milioni di questi enormi manifesti artistici direttamente negli Stati Uniti, affidandosi a celebri stamperie come la Strobridge Lithographing Co. di Cincinnati. I cartelloni venivano imballati in casse di legno, spediti oltre Atlantico su piroscafi e poi caricati sui “vagoni réclame” al seguito dei treni dello spettacolo.
Le squadre di “affissori” americani, le famose Bill Posting Crews di Cody, precedevano di parecchi giorni lo show e, muovendosi lungo la rete ferroviaria, tappezzavano muri e stazioni di tutta la provincia. Un manifesto di grandi dimensioni fu collocato proprio alla stazione di Mirandola, allora capolinea della tratta locale per Modena. Purtroppo la foto d’epoca in bianco e nero non restituisce i colori della cromolitografia originale, e la grande scritta copre il disegno, di cui si intuiscono solo poche ombre.
In un’epoca in cui il paesaggio urbano ed extraurbano era dominato dal grigio dei mattoni e dalle stampe in bianco e nero, l’impatto visivo per la popolazione fu un vero shock culturale. Le persone si fermavano incantate di fronte a quei manifesti sui muri o esposti nelle vetrine, che trasformavano vie, piazze e perfino lo scalo ferroviario mirandolese in una finestra spalancata su un mondo esotico e irraggiungibile.
L’obiettivo strategico di questa affissione era chiarissimo: attrarre la popolazione della Bassa verso la tappa modenese del 6 aprile 1906, sfruttando la ferrovia locale che permetteva a centinaia di spettatori di raggiungere agevolmente il capoluogo.
Se l’affluenza del pubblico fu imponente, solo da Mirandola e Finale Emilia partirono 950 persone, la reazione della stampa locale fu ben diversa dagli entusiasmi reali di Londra o dalle passioni popolari di Torino. Quotidiani come La Provincia di Modena, Il Panaro e la Gazzetta di Modena analizzarono lo Show con spirito critico e pragmatico, lontano da facili entusiasmi.
Fin dalle settimane precedenti il grande evento, di fronte al bombardamento pubblicitario dei manifesti colorati, La Provincia di Modena osservava con ironia: “Ormai la fama è fatta. Buffalo Bill non ha braccia sufficienti per ammassare i quattrini. Dunque ha ragione lui”.
Dopo lo spettacolo in Piazza d’Armi, attuale zona del Novi Sad, i cronisti modenesi non risparmiarono critiche severe ai contenuti dell’esibizione, bollandola come un’operazione commerciale ben orchestrata, ma priva di spessore artistico. Il Panaro sottolineò che si trattava di “una vera americanata; geniale, piacevole, che ha anche il merito di durare due ore soltanto, ma che non risponde nella sostanza all’enorme aspettativa suscitata dalla fenomenale réclame”.
La Provincia di Modena evidenziò inoltre la pochezza degli esercizi, affermando che “gli esecutori non valgono quanto quelli che si vedono in dozzine di circhi equestri incomparabilmente più ricchi, più interessanti, più variati di questo”, in quanto presentavano “delle evoluzioni assolutamente comuni, con dei costumi meno che mediocri”.
Ulteriore motivo di polemica fu il fattore economico: i prezzi dei biglietti, da 1,20 lire per i posti popolari (pari alla paga giornaliera di un bracciante) fino a 8 lire per i palchi, furono giudicati eccessivi. La stampa accusò Cody di essere giunto in Emilia con il solo scopo di “raccogliere soldi a piene mani”, sfruttando la credulità popolare
Sotto il profilo logistico, tuttavia, perfino la severa critica modenese dovette elogiare l’efficienza della macchina organizzativa americana: lo spettacolo si spostava infatti su quattro treni speciali che trasportavano 800 persone e oltre 500 cavalli.
Il Panaro descrisse con ammirazione il montaggio del campo: “Tutto è stato previsto in anticipo. Ciascuno è avvisato di ciò che deve fare, lo sa e si conforma alle istruzioni ricevute. In meno di due ore il materiale necessario alla installazione delle tende è trasportato sui luoghi”.
Per gli spettatori la vera attrazione non fu solo l’inseguimento tra indiani e cowboy, ma la visione di una cittadina itinerante perfettamente autonoma, dotata di cucine da campo, officine, scuderie e persino di un generatore elettrico portatile per i riflettori serali.
Tra la folla, arrivata anche dalla Bassa modenese, c’era una forte aspettativa legata a un nome leggendario: Calamity Jane, al secolo Martha Jane Cannary. Nell’immaginario collettivo dell’epoca, alimentato da pubblicazioni d’avventura e racconti popolari, la figura della celebre eroina della Frontiera era inseparabile da quella di Buffalo Bill, tanto che molti spettatori arrivarono a Modena sperando di vederla cavalcare dal vivo.
La realtà storica era invece assai diversa. Calamity Jane si era effettivamente unita al Wild West Show negli Stati Uniti per un breve periodo nel 1902. Tuttavia, i problemi di alcolismo e l’insofferenza verso la rigida disciplina di Cody portarono a una rapida rottura. Martha Jane morì tragicamente nel 1903, tre anni prima della seconda tournée europea.
Nonostante la sua assenza, il pubblico credette quasi di riconoscerla nelle tante abili tiratrici e cavallerizze che popolavano l’arena. Per gli spettatori dell’epoca, ogni donna americana capace di domare un cavallo o di sparare in corsa rappresentava la personificazione di Calamity Jane.
C’è un aspetto fondamentale del Wild West Show, alquanto trascurato dalle cronache dell’epoca, che costituisce l’eredità più rivoluzionaria lasciata da Buffalo Bill nel suo passaggio in Italia: la rappresentazione dell’emancipazione femminile.
Nelle campagne emiliane del 1906, la figura femminile era prevalentemente relegata ai ruoli domestici e al duro lavoro dei campi. Persino per le donne dell’alta borghesia il margine di libertà era stretto: tenute a preservare il decoro imposto dalle convenzioni sociali, quando cavalcavano potevano farlo esclusivamente all’amazzone, ovvero di lato.
Improvvisamente, sul tracciato di Piazza d’Armi a Modena, apparvero performer eccezionali come Minnie Thomson, Luella Forepaugh-Fish e le Lady Rough Riders, non semplici comparse, ma una componente centrale e agguerrita dello spettacolo.
Minnie Thomson fu una delle presenze fisse più applaudite della grande tournée europea del 1906. Acrobata a cavallo e tiratrice di precisione, eseguiva caroselli ad alta velocità, lanciandosi in evoluzioni fino ad allora riservate ai cowboy, salendo e scendendo dalla sella mentre l’animale era al galoppo sfrenato.
Luella Forepaugh-Fish proveniva da una celebre famiglia di impresari circensi americani. Domatrice e cavallerizza da rodeo, entrava nell’arena con i cavalli bradi del West per mostrare come una donna potesse piegarli alla propria volontà. Alle prove di forza nell’arena, affiancava numeri di abilità con il lasso, dimostrando una perizia che sbalordì le platee non solo italiane.
Cody portò a Modena anche un’intera squadra di cavallerizze americane, presentate nei programmi ufficiali come Lady Rough Riders. Sparavano con fucili leggeri e pistole colpendo al volo sfere di vetro o bersagli lanciati in aria dai colleghi, il tutto rimanendo saldamente in sella. Partecipavano poi alle grandi scenografie di gruppo, come l’assalto alla diligenza, al fianco degli uomini e con la stessa identica grinta.
Queste donne, che cavalcavano a cavalcioni in pantaloni o corte gonne di pelle, maneggiavano il lasso, domavano stalloni e sparavano con una precisione talvolta superiore a quella maschile, mostrarono una disinvoltura fisica, un coraggio e una forza d’animo mai visti prima sulla scena italiana.
In un’epoca in cui la presenza nello spazio pubblico era rigidamente codificata, l’arena del Wild West Show smontò ogni stereotipo patriarcale. Le performer americane non offrivano soltanto uno spettacolo di forza e destrezza, ma incarnavano una forma di emancipazione concreta: donne economicamente indipendenti, la cui maestria tecnica ridefiniva il concetto stesso di femminilità.
Per le donne giunte in treno dalla Bassa modenese, lo spettacolo offrì una visione del tutto inedita di autonomia, abilità e dignità femminile.
Questo messaggio di emancipazione non era casuale o puramente scenico, ma rispondeva a una precisa convinzione etica di William Cody, che fu tra i più precoci e radicali sostenitori dei diritti delle donne nell’America del tempo.
Nel suo spettacolo, le performer femminili non erano semplici comparse decorative, ma attrazioni di punta. Cody applicava una regola che per l’inizio del Novecento appariva quasi utopistica: la parità di retribuzione a parità di mansione. In un’intervista rilasciata alla stampa, il colonnello dichiarò con fermezza: “Se una donna sa fare lo stesso lavoro di un uomo e lo fa bene, merita la stessa identica paga”.
Mentre i giornali locali si concentravano sulle polemiche legate “alla macchina da soldi americana”, sfuggiva ai cronisti che lo Show di Buffalo Bill stava portando nei fatti, nell’Italia giolittiana, uno dei primi e più potenti modelli di parità di genere e di indipendenza femminile.
La tournée di Buffalo Bill, con la tappa di Modena e la profonda eco nel territorio mirandolese, non fu soltanto un evento di intrattenimento passeggero. Rappresentò un vero e proprio cortocircuito culturale tra due mondi: l’America dinamica, capitalista e proiettata al futuro, e un’Emilia legata alle sue radici, capace di meravigliarsi ma anche di analizzare la realtà con pragmatismo.
Quel manifesto, affisso alla stazione di Mirandola nel 1906, testimoniò il momento preciso in cui la provincia emiliana incontrò il mito della Frontiera. Se da un lato i giornali locali preferirono liquidare il Wild West Show come un’americanata, dall’altro le centinaia di persone che affollarono i treni da Mirandola a Modena portarono a casa il ricordo indelebile di uno spettacolo unico: un insieme esotico di nativi e bisonti, una macchina logistica perfetta e, soprattutto, il primo sprazzo di una libertà femminile che avrebbe segnato i decenni a venire.
Bibliografia
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- Il Panaro, numeri del 6 e 7 aprile 1906;
- Gazzetta di Modena, numeri del 6 e 8 aprile 1906.

Nata a Mirandola, è plurilaureata e ha conseguito le proprie lauree presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, sviluppando un profilo multidisciplinare d’eccellenza negli ambiti filosofico, letterario, storico e artistico.
Ha fondato e insegnato per oltre vent’anni nel proprio Studio Didattico, una private teaching school, operando come private tutor and learning coordinator. A questa attività ha affiancato quindici anni di docenza di materie umanistiche nelle scuole secondarie statali della provincia di Modena. Nel corso degli anni ha inoltre integrato i propri studi con percorsi di specializzazione presso prestigiose fondazioni italiane.
Già redattrice di testi d’arte e autrice di dispense su vari argomenti specialistici, ha tenuto seminari e conferenze anche all’estero sull’arte italiana.
Collabora stabilmente a vario titolo con docenti universitari in Italia e all’estero.
È ricercatrice indipendente, scrittrice e ghostwriter.
Ha intrapreso la collaborazione con Al Barnardon mossa dalla convinzione che la cultura locale in ogni sua sfaccettatura -dall’arte alla storia, dalla letteratura alla filosofia e alle tradizioni- rappresenti un patrimonio inestimabile da sostenere e valorizzare.











