Novità  

Nella pagina Stampe Storiche disponibile ora
Don Felice CERETTI

La barzelletta della Lory del lunedì.

As sa, gli amighi dla Marta i gh'ha na vita piutost muvimentada. La Ione l'è al bar a bevar al biciren dla staffa, l'è n'ora dop mesanot e al barista, gentile e surident, al dis: "Sgnora, la invito ad uscire." E la Ione: " Ragazol a prev essar to madra e po'...a son spusada!" E al barista: "Al so.... ma mè a gh'ho da sarar al bar!" Traduzione Si sa, le amiche della Marta hanno una vita piuttosto movimentata. La Ione è al bar a bere il bicchierino della staffa, è l'una dopo mezzanotte, e il barista, gentile e sorridente, dice: "Signora, la invito ad uscire." E la Ione: "Ragazzo potrei essere tua madre e poi....sono sposata!" E il barista:" Lo so...ma io devo chiudere il bar!"

,

3 Febbraio – San Biagio e il “Mal di gola”

SAN BIAGIO E IL MAL DI GOLA Il 3 febbraio la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più popolari, almeno nella “Bassa” modenese e in tutta l’area padana. Si tratta di San Biagio, un sacerdote di probabile origine armena, divenuto poi vescovo della Cappadocia, una regione dell’attuale Turchia meridionale. Secondo la tradizione cristiana, San Biagio fu martiriz­zato nel 316 d.C., benché ormai da tre anni fosse stato pubblicato il famoso Editto di Milano dall’imperatore Costantino I che conce­deva ai cristiani la libertà di culto. Secondo la leggenda, fu strangolato con un grosso pettine di ferro, uno di quei pettini usati per cardare la lana, per cui San Bia­gio è anche il patrono dei cardatori. La leggenda racconta che un giorno San Biagio, che era anche medico, operò la miracolosa guarigione di un bambino che stava per soffocare dopo avere ingoiato una grossa lisca di pesce che gli si era conficcata in gola. San Biagio è anche il patrono di Gavello, nel Mirandolese, e di San Biagio in Padule, frazione di San Felice sul Panaro. Esiste ancora una devota tradizione in virtù della quale nella mattinata del 3 febbraio molti fedeli, specialmente quelli sog­getti ai disturbi di gola, si recano nelle varie chiese dove il sacer­dote li “protegge” dalle affezioni alla gola, tenendo fra le mani una sorta di collare di cera, formato cioè da due candele accese a for­ma di arco. Il fedele avvicina il proprio collo a questo archetto, ba­cia le candele (meglio ancora se esiste una piccola reliquia del Santo), appoggia la gola sul “collare” di cera, mentre il sacerdote recita una breve preghiera. In questo modo i fedeli vengono “vac­cinati” contro le malattie del primo apparato respiratorio, grazie al­la “segnatura della gola”. Tratto da: Antiche tradizioni mirandolane Autore: Giuseppe Morselli Edizioni Bozzoli Anno 2000
,

Giorno della Memoria – Il soccorso agli ebrei nella Bassa Modenese

Mentre le autorità fasciste collaboravano attivamente per la loro deportazione verso i campi di sterminio, la popolazione non accettò e tanto meno condivise questa spregevole politica persecutoria che colpiva persone innocenti e stimate. Fino a quel momento gli ebrei avevano subito soltanto pesanti conseguenze sul piano dei diritti civili e non si era posto il problema della loro eliminazione fisica. La politica di espulsione degli ebrei dalla vita civile, incominciata con la pubblicazione del “Manifesto in difesa della razza”, era continuata negli anni 1939 e 1940 con altri provvedimenti riguardanti i loro beni e con altre disposizioni ancora più odiose per la loro assurdità: agli ebrei furono vietati gli annunci mortuari, non potevano possedere radio e i loro nomi vennero tolti dagli elenchi telefonici. La situazione peggiorò dopo l’8 settembre 1943, per la presenza da padroni dei tedeschi in Italia, che imposero le proprie leggi, scatenando la feroce caccia all’ebreo. Il 10 dicembre 1943, il governo di Mussolini, pur consapevole che sarebbero finiti nelle camere a gas, ordinò l’arresto e la consegna ai tedeschi di tutti gli ebrei. Se la maggior parte degli ebrei non fece una fine atroce, il merito va al coraggio di uomini e di donne che a rischio della vita li difesero. Grazie alla solidarietà, il 90 per cento degli ebrei si salvò. Gli interventi legislativi della Repubblica Sociale Italiana consistettero in un decreto del ministro Buffarmi Guidi del 1° dicembre 1943, con il quale si ordinava il loro internamento nei “campi di concentramento”, sufficiente per metterli in mano ai tedeschi, e, nella legge del 4 gennaio 1944, che li spogliava di ogni bene, proclamando che tali ricchezze sarebbero state usate per in­dennizzare i sinistrati dalle incursioni alleate. Quando incominciò la deportazione dall’Italia per un viaggio senza ritorno, in Germania erano già stati smantellati i campi di sterminio delle 'razze inferiori”. Nell’ottobre del 1943 la stragrande maggioranza della popolazione attiva tedesca era sotto le armi ed era indispensabile mantenere gli adeguati livelli produttivi nel settore bellico e nell’agricoltura. Sulla logica dello sterminio immediato prevalse la necessità dello sfrut­tamento dei deportati come forza lavoro e la loro eliminazione venne differita nel tempo. Per gli ebrei la destinazione prevalente fu Auschwitz, un campo che svolgeva la doppia funzione di eliminare immediatamente i più deboli con il gas al loro arrivo e di spremere gli altri sino all’esaurimento fisico totale attraverso il lavoro. Gli ebrei italiani erano già schedati e, benché cittadini italiani, furono internati e deportati. Nella Bassa le persecuzioni razziali costarono la vita ad Ada Osima che gestiva a Finale la Farmacia Comunale di Piazza Verdi quando le leg­gi razziali la costrinsero ad abbandonare la professione nel 1938. Nel settembre del 1943 lasciò Finale per unirsi alla sua famiglia ad Asti, dove fu rastrellata e deportata ad Auschwitz. Scomparve nel 1944 e non esistono documenti sulla sua fine. Una testimonianza alla sorella Anita di un'ebrea polacca sopravissuta racconta di averla conosciuta, riferendo che "Ada èstata fortunata perché non ha sofferto a lungo, morendo presto" . Quando fu...

Appunti Sanfeliciani – Gennaio 2026

In questo numero: Approvato il progetto esegutivo della "Torre dell'Orologio", notizie dall'Ospedale Santa Maria Bianca di Mirandola, pubblicata la "Carta dei percorsi della ricostruzione nella Bassa modenese e tante altre notizie.
,

Personaggi mirandolesi – Giovanni Cavicchioli

Nato a Mirandola (Modena) il 2 genn. 1894 da Alfredo, medico, e da Rosa Severi, rimase orfano della madre a tre anni (i suoi ricordi d'infanzia sono affidati al romanzo autobiografico  Bambino senza madre , Roma 1943). Interrotti gli studi classici, li continuò per suo conto; coltivò contemporaneamente quelli musicali sotto la guida di O. Respighi, e si interessò anche di arti figurative, cimentandosi nella pittura. Con impegno più metodico si dedicò all'attività letteraria: suo esordio fu la raccolta di versi  Palazzi incantati , edita a proprie spese (Mirandola 1913). Ad anni più maturi risalgono i contatti col teosofo austriaco R. Steiner, che aveva elaborato una sua dottrina (antroposofia) e fondato nel 1913 la Società antroposofica con sede a Dornach, in Svizzera, in un edificio detto Goetheanum, dove fra l'altro si tennero corsi di arte drammatica; a Domach il C. soggiornò ripetutamente. Due tragedie di argomento romano,  Romolo e  Lucrezia (rispettivamente scritte nel 1920 e 1921,ed edite la prima a Bologna nel 1923 e la seconda a Carpi nel 1926), gli valsero una certa notorietà negli ambienti teatrali: la prima fu messa in scena nel 1932 dalla compagnia Tamberlani (con riprese negli anni successivi); la seconda nel 1925 dalla compagnia di Gualtiero. Tumiati e Letizia Celli. Minor attenzione riscossero altri suoi lavori teatrali:  Guerino detto il Meschino , leggenda per bambini con intermezzi musicali di A. Lualdi, presentata nel 1919 al teatro dei Piccoli di Roma creato e diretto da Vitorio Podrecca, e  Intellettuali , gioco scenico scritto nel 1925e presentato a Mirandola nel 1933dalla compagnia Sperani-Tamberlani-Bettinelli. La censura impedì nel 1931 la messa in scena della commedia  Rosa in fiore (pubblicata insieme con la precedente a Modena nel 1933). Nel 1924 il Cavicchioli era stato presentato dall'amico, O. Vergani a Luigi Pirandello, a fianco del quale, assieme ad altri (Era cui il Vergani, M. Bontempelli e G. Prezzolini), partecipò all'ideazione del "Teatro dei dodici", progetto concretatosi poi nel 1925 con la fondazione del teatro d'Arte di Roma, alla cui direzione si pose lo stesso Pirandello. Negli anni successivi, che, pur con frequenti spostamenti e continuando a mantenere i rapporti con l'ambiente roman o, trascorse soprattutto a Sanremo, il Cavicchioli esercitò attività di pubblicista e di critico teatrale. All'inizio della seconda guerra mondiale si stabilì definitivamente a Mirandola, proseguendo il lavoro di giornalista. Continuava anche a coltivare l'interesse per la pittura (fra i suoi amici più cari fu Filippo De Pisis, alla cui opera dedicò diversi articoli e il volume  F .  De Pisis , Venezia 1932 e Firenze 1942) e nel 1948 ebbe luogo a Modena una mostra di suoi dipinti. Nel 1957 ricevette il premio "La Secchia", conferitogli dall'Associazione della stampa di Modena quale riconoscimento della sua attività letteraria. Negli ultimi anni lavorò ad un saggio, rimasto incompiuto, sul suo conterraneo Giovanni Pico della Mirandola. Durante la sua carriera giornalistica collaborò a numerosi periodici e quotidiani (fra gli altri:  La Nuova Antologia ,  La Fiera letteraria ,  Il Popolo d'Italia ,  L'Illustrazione italiana ,  Il Resto del Carlino...
,

San Martino Spino – Portovecchio e i cavalli

La località era già nota ai romani. Posta alla confluenza dei fiumi Bondeno e Burana ebbe forse un palazzo-castello sulle fondamenta del quale, nei secoli XVI, XVII e XVIII fu innalzato l’edificio at­tuale. La denominazione Portovecchio deriva dal tempo in cui l’ap­prodo cadde in disuso. Certamente il luogo ha costituito il centro amministrativo più importante (fin dal medioevo) perchè posto in zona di confine. Anche Borso d’Este, il 7 luglio 1461 si fermò qui per comperare un puledro (Gandini: Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli Estensi, Bo­logna, edizione Fava e Baragnani, 1892). Furono i Pico a organizzare l’allevamento di cavalli di San Marti­no, o meglio, a sfruttarlo per i loro commerci, da Portovecchio, Po­vertà, Arginone e dalla loro villa (casa Tioli). Anche al tempo di Ales­sandro II (1641 - 1691), ricco duca mirandolese, colui che si poteva permettere una corte nobile di cinquecento persone, di alto lignag­gio, di armare duecento fanti e duecento cavalieri, erano note pre­stigiose razze di cavalli: la Corsiero, la Zanetta e la Villana. Un gene­rale tedesco comprò un cavallo nominato Baimoroso per la cifra di 600 ongari. Il nobile Morosini pagò un Corsiero 900 zecchini, il ve­scovo di Trento spese per un bell’esemplare 800 ongari. I Pico, che avevano speciali riserve di caccia e pesca a San Martino Spino, e qui una seconda villa (l’attuale Villa Tioli, donata ai Tioli per il buon servito nel 1695) ospitavano spesso i signori di Manto­va, Modena, Guastalla e Novellara. Dopo il 1750 furono i nobili Menafoglio a sistemare e a costruire nella tenuta di Portovecchio, il cui palazzo diventò una specie di castello dalle robustissime mura. Più di un alluvione colpì Portovecchio, punto all’estremo nord del paese. Nel 1796 la rivoluzione francese cancellò tutti i feudi e anche Portovecchio passò al dipartimento del Panaro. Nel 1815, col ritor­no degli Estense a Modena, passò alla Camera ducale, quindi allo Stato italiano (1859-’60). L’erario lo tenne fino al 1862, quando fu acquistato dal barone Vincenzo Beiinda, che lo conservò fino al 1880. Grande movimento nel 1881, con la costruzione delle tettoie, appal­tate a Paolo Zoboli di Modena, con un primo stanziamento di spesa di 100.000 lire. Già erano 350 nella tenuta i cavalli allevati; nel 1885: 600; nel 1889: più di 800. Con le tettoie furono costruiti i barchessoni, capolavori di ingegne­ria militare, unici in Italia. Il Palazzo Portovecchio fu restaurato nel 1855 con 60.000 lire. Ogni tettoia per i cavalli costò 35.000 lire. L’insediamento del Deposito Cavalli si ebbe nel 1883. Portovecchio era diventato proprietà del Ministero della Guerra nel 1882. L’annuncio della fondazione si ebbe dal cavalier Luigi Gregori, che inviò alla direzione del Panaro la seguente lettera, pubblicata nel n. 208 del 31 luglio 1882, ripresa dall’Indicatore di agosto dello stesso anno: “Egregio Direttore, credo di poterle dare ormai come certo, che nella tenuta di Portovecchio, presso Mirandola, verrà istituito un grande deposito d’allevamento equino, per questo Ministero della Guerra...” . Il “5° Deposito” fu legalizzato con regio decreto del 19 aprile 1883 e si attivò dal 1° maggio...

La barzelletta della Lory del lunedì

Jusfen as dà a la politica e al visita un picul paes sperdù in dla nostra vall, al catta un cuntaden ch'al lavora in campagna e al ga dmanda cus al prev far par migliorar la so esistesa. "Tri quei", al dis al cuntaden, "al prim l'è sicurament l'usdâl, l'è tropp distant, a fem in temp a murir!" Jusfen al sa sposta, al tos in mân al telefono, al dascor, po' al torna dal cuntaden: "Fatto, at gh'ha la mè paròla che prest i tacaran i lavor par 'n ambulatori darent al to paes." "Second"al dis al cuntaden, "la nostra cesa, dop al teremot l'è ancòra distrutta e i è pasâ tredz ann!" Jusfen al sa sposta n'altra volta, al tos in mân al telefono, al dascor, po' al torna dal cuntaden: "Fatto, at gh'ha la mè paròla che, la to cesa, st'ann, la sarà ricostruida. E ades la tersa." "Tersa i è i celular, chè in funsionan brisa!!" Traduzione Jusfen si da alla politica e visita un piccolo paese sperduto nella nostra valle, trova un contadino che lavora in campagna e gli domanda cosa potrebbe fare per migliorare la sua esistenza. "Tre cose", dice il contadino, "la prima è sicuramente l'ospedale, è troppo distante, facciamo in tempo a morire!" Jusfen si sposta, prende in mano il telefono, parla poi torna dal contadino: "Fatto, hai la mia parola che presto incominceranno i lavori per l'ambulatorio vicino al tuo paese." "Secondo", dice il contadino, " la nostra chiesa, dopo il terremoto è ancora distrutta, e sono passati tredici anni!!" Jusfen si sposta un altra volta, prende in mano il telefono, parla poi torna dal contadino: "Fatto, hai la mia parola che, la tua chiesa, quest'anno sarà ricostruita. E adesso la terza". "Terza sono i cellulari, qua non funzionano!!" Suggerita da Alberto Barelli
,

1859 – I "Maestri" della Scuola Elementare di Mirandola

1915 il Maestro Medardo Musi Già dal 1859 a Mirandola sono funzionanti classi di scuola elementare. Nel 1860 il Comune di Mirandola istituisce quattro sezioni di scuole ele­mentari maschili urbane, che hanno sede in un palazzo di Via La Fenice insieme ad altre scuole (Tecniche, Ginnasiali, degli Artisti, di Musica e di Ginnastica). Due anni dopo si aprono anche le pubbliche scuole femminili. Nelle "Avvertenze" del 1862/'63, il Ministero prescrive che sui registri "I Maestri avranno cura di scrivere con chiarezza il nome ed il Prenome degli allievi per ordine alfabetico, con tutte le altre indicazioni richieste". Le altre indicazioni richieste a Mirandola sono: la paternità, il domicilio, l'esito degli esami trimestrali, l'esito dell'esame di avanzamento e i ' premii" ottenuti. La paternità viene ritenuta molto importante, per cui il nome del padre è indicato anche se defunto (con la dicitura "fu"...) in un sistema che bolla come figli di "N.N." (dal latino nomen nescio: non conosco il nome) i figli illegittimi. La dicitura, infamante e discriminante, equivalente di "bastardo", rimane nei registri di classe fino all'anno scolastico 1959/'60 (viene abolita con il D.P.R. № 617 del 27/04/1960). Riguardo ai "premii", l'art. 53 del Regolamento 15 settembre 1860 prevede la distribuzione di "libri di premio o attestazioni di merito agli allievi che sarannosi segnalati per istudio, per diligenza e per costumatezza . Non basta ottenere ottime rotazioni, è necessario aver dimostrato impegno, buona volontà, costanza e aver tenuto un comportamento rispettoso verso tutti. Durante l'Ottocento il libro di premio viene quasi sempre rilegato con una solida copertina telata, impressa a caratteri d'oro, che lo rende un oggetto più da guardare che da sfogliare. Col passare del tempo l'uso delle rilegature va scompa­rendo, ma il libro rimane il dono per suggellare l'impegno di un anno scolastico. Durante l'anno vengono dati di tanto in tanto, come premi, un santino, una car­tolina, un nastro da capelli, un segnalibro. In genere però basta l'encomio di fronte alla classe, fatto con tono solenne e accompagnato da un foglietto per la famiglia che attesta la cosa. Nel libro per la quarta classe elementare maschile e femminile "Il Mondo Nuovo" (Renato Fucini, Bemporad & figlio, Firenze, 1905), compare una lettura che racconta di una conversazione tra due nipoti col proprio nonno relativa alla distribuzione dei premi scolastici e alla festa che viene fatta a Fonteviva con la banda, "con il Sindaco, l'ispettore, tutti i maestri e le maestre, tutti gli scolari e tutto il comune". Si aggiunge poi che, prima della distribuzione dei premi, vengono recitati dialoghi, cantati cori e declamate poesie. Anche nel libro "Cuore" è dato molto risalto alla distribuzione dei premi, alla presenza di ragazzi provenienti dalle varie province d'Italia, con il passaggio davanti alle autorità "che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza". I maestri sono già una categoria socialmente riconosciuta, con un preciso ruolo e una propria identità, anche se non tutte le situazioni sono analoghe, soprat­tutto nelle scuole rurali, come si evince dalle relazioni degli...

Donatella Bucci – La galaverna torna nella Bassa

Donatella Bucci La galavarena torna nella Bassa. Le Valli Mirandolesi si sono risvegliate avvolte da un incanto antico. La galaverna, assente da decenni, ha ricamato il paesaggio con cristalli di ghiaccio, trasformando canneti, alberi e argini in sculture effimere. In questa terra d’acqua e nebbia, dove l’orizzonte è sempre in sospensione, il gelo ha aggiunto silenzio al silenzio, luce alla quiete. Ogni fotografia racconta un evento ormai raro: il tempo che si ferma, la natura che torna a mostrarsi fragile e solenne, e le Valli che, per un breve momento, diventano memoria e meraviglia insieme. Questa serie fotografica documenta un momento unico: la natura che, per poche ore, cambia forma e memoria, offrendo uno spettacolo tanto effimero quanto straordinario, capace di far riscoprire – anche a chi le conosce da sempre – la bellezza nascosta di un luogo simbolo del territorio mirandolese. Donatella Bucci  Nata a Mirandola il 18 maggio 1954, emiliana doc, fashion designer da sempre.  Diplomata ITS Grazia Deledda di Modena. Ha coltivato in questi anni la passione per i viaggi se possibile fuori dalle tradizionali rotte del turismo. Appassionata di fotografia ne ha fatto il suo hobby principale, ha creato il sito   https://lospiritodelluogo.jimdofree.com/   per potere condividere con le persone che ama e che stima quello che sono le sue esperienze di viaggio, le sue emozioni e i suoi contatti  con la gente e con la natura, a volte selvaggia  a volte scontata, ma sempre stupefacente, a volte crudele ma mai incoerente, che si dona agli occhi del viaggiatore come un neonato si dona agli occhi della propria madre. Ha avuto foto selezionate da National Geoghaphic e diverse foto pubblicate dalla rivista on line Vogue. Collabora con la rivista enogastronomica Cavolo Verde, ha frequentato il corso AIS per Sommeliers ma, per motivi di lavoro, non ha potuto far l’esame e conseguentemente non ha ottenuto il diploma  ma ama il buon bere. La sua fotografia e’ rivolta principalmente verso temi naturalistici o etnici, pur amando molto le nostre valli con la nostra fauna e la nostra flora che cerca di rappresentare in modo originale . Ha al suo attivo due mostre a livello locale, una sui panorami e particolari del parco di Yellowstone e dell’Islanda, la seconda sui colori e sulle etnie dell’Etiopia del sud. Ama tecniche fotografiche alternative , come le esposizioni multiple, giocando su immagini sfocate e no, o immagini create con mossi in macchina. E’ un’appassionata di fotografia macro. Coltiva da qualche tempo l’hobby della pittura fluidart, una tecnica per lo più usata da artisti americani e australiani, una tecnica di pittura astratta e, spesso, si ispira alle sue foto per ottenere certi risultati.

3 Febbraio – San Biagio e il “Mal di gola”

SAN BIAGIO E IL MAL DI GOLA Il 3 febbraio la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più popolari, almeno nella “Bassa” modenese e in tutta l’area padana. Si tratta di San Biagio, un sacerdote di probabile origine armena, divenuto poi vescovo della Cappadocia, una regione dell’attuale Turchia meridionale. Secondo la tradizione cristiana, San Biagio fu martiriz­zato nel 316 d.C., benché ormai da tre anni fosse stato pubblicato il famoso Editto di Milano dall’imperatore Costantino I che conce­deva ai cristiani la libertà di culto. Secondo la leggenda, fu strangolato con un grosso pettine di ferro, uno di quei pettini usati per cardare la lana, per cui San Bia­gio è anche il patrono dei cardatori. La leggenda racconta che un giorno San Biagio, che era anche medico, operò la miracolosa guarigione di un bambino che stava per soffocare dopo avere ingoiato una grossa lisca di pesce che gli si era conficcata in gola. San Biagio è anche il patrono di Gavello, nel Mirandolese, e di San Biagio in Padule, frazione di San Felice sul Panaro. Esiste ancora una devota tradizione in virtù della quale nella mattinata del 3 febbraio molti fedeli, specialmente quelli sog­getti ai disturbi di gola, si recano nelle varie chiese dove il sacer­dote li “protegge” dalle affezioni alla gola, tenendo fra le mani una sorta di collare di cera, formato cioè da due candele accese a for­ma di arco. Il fedele avvicina il proprio collo a questo archetto, ba­cia le candele (meglio ancora se esiste una piccola reliquia del Santo), appoggia la gola sul “collare” di cera, mentre il sacerdote recita una breve preghiera. In questo modo i fedeli vengono “vac­cinati” contro le malattie del primo apparato respiratorio, grazie al­la “segnatura della gola”. Tratto da: Antiche tradizioni mirandolane Autore: Giuseppe Morselli Edizioni Bozzoli Anno 2000

Giorno della Memoria – Il soccorso agli ebrei nella Bassa Modenese

Mentre le autorità fasciste collaboravano attivamente per la loro deportazione verso i campi di sterminio, la popolazione non accettò e tanto meno condivise questa spregevole politica persecutoria che colpiva persone innocenti e stimate. Fino a quel momento gli ebrei avevano subito soltanto pesanti conseguenze sul piano dei diritti civili e non si era posto il problema della loro eliminazione fisica. La politica di espulsione degli ebrei dalla vita civile, incominciata con la pubblicazione del “Manifesto in difesa della razza”, era continuata negli anni 1939 e 1940 con altri provvedimenti riguardanti i loro beni e con altre disposizioni ancora più odiose per la loro assurdità: agli ebrei furono vietati gli annunci mortuari, non potevano possedere radio e i loro nomi vennero tolti dagli elenchi telefonici. La situazione peggiorò dopo l’8 settembre 1943, per la presenza da padroni dei tedeschi in Italia, che imposero le proprie leggi, scatenando la feroce caccia all’ebreo. Il 10 dicembre 1943, il governo di Mussolini, pur consapevole che sarebbero finiti nelle camere a gas, ordinò l’arresto e la consegna ai tedeschi di tutti gli ebrei. Se la maggior parte degli ebrei non fece una fine atroce, il merito va al coraggio di uomini e di donne che a rischio della vita li difesero. Grazie alla solidarietà, il 90 per cento degli ebrei si salvò. Gli interventi legislativi della Repubblica Sociale Italiana consistettero in un decreto del ministro Buffarmi Guidi del 1° dicembre 1943, con il quale si ordinava il loro internamento nei “campi di concentramento”, sufficiente per metterli in mano ai tedeschi, e, nella legge del 4 gennaio 1944, che li spogliava di ogni bene, proclamando che tali ricchezze sarebbero state usate per in­dennizzare i sinistrati dalle incursioni alleate. Quando incominciò la deportazione dall’Italia per un viaggio senza ritorno, in Germania erano già stati smantellati i campi di sterminio delle 'razze inferiori”. Nell’ottobre del 1943 la stragrande maggioranza della popolazione attiva tedesca era sotto le armi ed era indispensabile mantenere gli adeguati livelli produttivi nel settore bellico e nell’agricoltura. Sulla logica dello sterminio immediato prevalse la necessità dello sfrut­tamento dei deportati come forza lavoro e la loro eliminazione venne differita nel tempo. Per gli ebrei la destinazione prevalente fu Auschwitz, un campo che svolgeva la doppia funzione di eliminare immediatamente i più deboli con il gas al loro arrivo e di spremere gli altri sino all’esaurimento fisico totale attraverso il lavoro. Gli ebrei italiani erano già schedati e, benché cittadini italiani, furono internati e deportati. Nella Bassa le persecuzioni razziali costarono la vita ad Ada Osima che gestiva a Finale la Farmacia Comunale di Piazza Verdi quando le leg­gi razziali la costrinsero ad abbandonare la professione nel 1938. Nel settembre del 1943 lasciò Finale per unirsi alla sua famiglia ad Asti, dove fu rastrellata e deportata ad Auschwitz. Scomparve nel 1944 e non esistono documenti sulla sua fine. Una testimonianza alla sorella Anita di un'ebrea polacca sopravissuta racconta di averla conosciuta, riferendo che "Ada èstata fortunata perché non ha sofferto a lungo, morendo presto" . Quando fu...

Personaggi mirandolesi – Giovanni Cavicchioli

Nato a Mirandola (Modena) il 2 genn. 1894 da Alfredo, medico, e da Rosa Severi, rimase orfano della madre a tre anni (i suoi ricordi d'infanzia sono affidati al romanzo autobiografico  Bambino senza madre , Roma 1943). Interrotti gli studi classici, li continuò per suo conto; coltivò contemporaneamente quelli musicali sotto la guida di O. Respighi, e si interessò anche di arti figurative, cimentandosi nella pittura. Con impegno più metodico si dedicò all'attività letteraria: suo esordio fu la raccolta di versi  Palazzi incantati , edita a proprie spese (Mirandola 1913). Ad anni più maturi risalgono i contatti col teosofo austriaco R. Steiner, che aveva elaborato una sua dottrina (antroposofia) e fondato nel 1913 la Società antroposofica con sede a Dornach, in Svizzera, in un edificio detto Goetheanum, dove fra l'altro si tennero corsi di arte drammatica; a Domach il C. soggiornò ripetutamente. Due tragedie di argomento romano,  Romolo e  Lucrezia (rispettivamente scritte nel 1920 e 1921,ed edite la prima a Bologna nel 1923 e la seconda a Carpi nel 1926), gli valsero una certa notorietà negli ambienti teatrali: la prima fu messa in scena nel 1932 dalla compagnia Tamberlani (con riprese negli anni successivi); la seconda nel 1925 dalla compagnia di Gualtiero. Tumiati e Letizia Celli. Minor attenzione riscossero altri suoi lavori teatrali:  Guerino detto il Meschino , leggenda per bambini con intermezzi musicali di A. Lualdi, presentata nel 1919 al teatro dei Piccoli di Roma creato e diretto da Vitorio Podrecca, e  Intellettuali , gioco scenico scritto nel 1925e presentato a Mirandola nel 1933dalla compagnia Sperani-Tamberlani-Bettinelli. La censura impedì nel 1931 la messa in scena della commedia  Rosa in fiore (pubblicata insieme con la precedente a Modena nel 1933). Nel 1924 il Cavicchioli era stato presentato dall'amico, O. Vergani a Luigi Pirandello, a fianco del quale, assieme ad altri (Era cui il Vergani, M. Bontempelli e G. Prezzolini), partecipò all'ideazione del "Teatro dei dodici", progetto concretatosi poi nel 1925 con la fondazione del teatro d'Arte di Roma, alla cui direzione si pose lo stesso Pirandello. Negli anni successivi, che, pur con frequenti spostamenti e continuando a mantenere i rapporti con l'ambiente roman o, trascorse soprattutto a Sanremo, il Cavicchioli esercitò attività di pubblicista e di critico teatrale. All'inizio della seconda guerra mondiale si stabilì definitivamente a Mirandola, proseguendo il lavoro di giornalista. Continuava anche a coltivare l'interesse per la pittura (fra i suoi amici più cari fu Filippo De Pisis, alla cui opera dedicò diversi articoli e il volume  F .  De Pisis , Venezia 1932 e Firenze 1942) e nel 1948 ebbe luogo a Modena una mostra di suoi dipinti. Nel 1957 ricevette il premio "La Secchia", conferitogli dall'Associazione della stampa di Modena quale riconoscimento della sua attività letteraria. Negli ultimi anni lavorò ad un saggio, rimasto incompiuto, sul suo conterraneo Giovanni Pico della Mirandola. Durante la sua carriera giornalistica collaborò a numerosi periodici e quotidiani (fra gli altri:  La Nuova Antologia ,  La Fiera letteraria ,  Il Popolo d'Italia ,  L'Illustrazione italiana ,  Il Resto del Carlino...

San Martino Spino – Portovecchio e i cavalli

La località era già nota ai romani. Posta alla confluenza dei fiumi Bondeno e Burana ebbe forse un palazzo-castello sulle fondamenta del quale, nei secoli XVI, XVII e XVIII fu innalzato l’edificio at­tuale. La denominazione Portovecchio deriva dal tempo in cui l’ap­prodo cadde in disuso. Certamente il luogo ha costituito il centro amministrativo più importante (fin dal medioevo) perchè posto in zona di confine. Anche Borso d’Este, il 7 luglio 1461 si fermò qui per comperare un puledro (Gandini: Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli Estensi, Bo­logna, edizione Fava e Baragnani, 1892). Furono i Pico a organizzare l’allevamento di cavalli di San Marti­no, o meglio, a sfruttarlo per i loro commerci, da Portovecchio, Po­vertà, Arginone e dalla loro villa (casa Tioli). Anche al tempo di Ales­sandro II (1641 - 1691), ricco duca mirandolese, colui che si poteva permettere una corte nobile di cinquecento persone, di alto lignag­gio, di armare duecento fanti e duecento cavalieri, erano note pre­stigiose razze di cavalli: la Corsiero, la Zanetta e la Villana. Un gene­rale tedesco comprò un cavallo nominato Baimoroso per la cifra di 600 ongari. Il nobile Morosini pagò un Corsiero 900 zecchini, il ve­scovo di Trento spese per un bell’esemplare 800 ongari. I Pico, che avevano speciali riserve di caccia e pesca a San Martino Spino, e qui una seconda villa (l’attuale Villa Tioli, donata ai Tioli per il buon servito nel 1695) ospitavano spesso i signori di Manto­va, Modena, Guastalla e Novellara. Dopo il 1750 furono i nobili Menafoglio a sistemare e a costruire nella tenuta di Portovecchio, il cui palazzo diventò una specie di castello dalle robustissime mura. Più di un alluvione colpì Portovecchio, punto all’estremo nord del paese. Nel 1796 la rivoluzione francese cancellò tutti i feudi e anche Portovecchio passò al dipartimento del Panaro. Nel 1815, col ritor­no degli Estense a Modena, passò alla Camera ducale, quindi allo Stato italiano (1859-’60). L’erario lo tenne fino al 1862, quando fu acquistato dal barone Vincenzo Beiinda, che lo conservò fino al 1880. Grande movimento nel 1881, con la costruzione delle tettoie, appal­tate a Paolo Zoboli di Modena, con un primo stanziamento di spesa di 100.000 lire. Già erano 350 nella tenuta i cavalli allevati; nel 1885: 600; nel 1889: più di 800. Con le tettoie furono costruiti i barchessoni, capolavori di ingegne­ria militare, unici in Italia. Il Palazzo Portovecchio fu restaurato nel 1855 con 60.000 lire. Ogni tettoia per i cavalli costò 35.000 lire. L’insediamento del Deposito Cavalli si ebbe nel 1883. Portovecchio era diventato proprietà del Ministero della Guerra nel 1882. L’annuncio della fondazione si ebbe dal cavalier Luigi Gregori, che inviò alla direzione del Panaro la seguente lettera, pubblicata nel n. 208 del 31 luglio 1882, ripresa dall’Indicatore di agosto dello stesso anno: “Egregio Direttore, credo di poterle dare ormai come certo, che nella tenuta di Portovecchio, presso Mirandola, verrà istituito un grande deposito d’allevamento equino, per questo Ministero della Guerra...” . Il “5° Deposito” fu legalizzato con regio decreto del 19 aprile 1883 e si attivò dal 1° maggio...

1859 – I "Maestri" della Scuola Elementare di Mirandola

1915 il Maestro Medardo Musi Già dal 1859 a Mirandola sono funzionanti classi di scuola elementare. Nel 1860 il Comune di Mirandola istituisce quattro sezioni di scuole ele­mentari maschili urbane, che hanno sede in un palazzo di Via La Fenice insieme ad altre scuole (Tecniche, Ginnasiali, degli Artisti, di Musica e di Ginnastica). Due anni dopo si aprono anche le pubbliche scuole femminili. Nelle "Avvertenze" del 1862/'63, il Ministero prescrive che sui registri "I Maestri avranno cura di scrivere con chiarezza il nome ed il Prenome degli allievi per ordine alfabetico, con tutte le altre indicazioni richieste". Le altre indicazioni richieste a Mirandola sono: la paternità, il domicilio, l'esito degli esami trimestrali, l'esito dell'esame di avanzamento e i ' premii" ottenuti. La paternità viene ritenuta molto importante, per cui il nome del padre è indicato anche se defunto (con la dicitura "fu"...) in un sistema che bolla come figli di "N.N." (dal latino nomen nescio: non conosco il nome) i figli illegittimi. La dicitura, infamante e discriminante, equivalente di "bastardo", rimane nei registri di classe fino all'anno scolastico 1959/'60 (viene abolita con il D.P.R. № 617 del 27/04/1960). Riguardo ai "premii", l'art. 53 del Regolamento 15 settembre 1860 prevede la distribuzione di "libri di premio o attestazioni di merito agli allievi che sarannosi segnalati per istudio, per diligenza e per costumatezza . Non basta ottenere ottime rotazioni, è necessario aver dimostrato impegno, buona volontà, costanza e aver tenuto un comportamento rispettoso verso tutti. Durante l'Ottocento il libro di premio viene quasi sempre rilegato con una solida copertina telata, impressa a caratteri d'oro, che lo rende un oggetto più da guardare che da sfogliare. Col passare del tempo l'uso delle rilegature va scompa­rendo, ma il libro rimane il dono per suggellare l'impegno di un anno scolastico. Durante l'anno vengono dati di tanto in tanto, come premi, un santino, una car­tolina, un nastro da capelli, un segnalibro. In genere però basta l'encomio di fronte alla classe, fatto con tono solenne e accompagnato da un foglietto per la famiglia che attesta la cosa. Nel libro per la quarta classe elementare maschile e femminile "Il Mondo Nuovo" (Renato Fucini, Bemporad & figlio, Firenze, 1905), compare una lettura che racconta di una conversazione tra due nipoti col proprio nonno relativa alla distribuzione dei premi scolastici e alla festa che viene fatta a Fonteviva con la banda, "con il Sindaco, l'ispettore, tutti i maestri e le maestre, tutti gli scolari e tutto il comune". Si aggiunge poi che, prima della distribuzione dei premi, vengono recitati dialoghi, cantati cori e declamate poesie. Anche nel libro "Cuore" è dato molto risalto alla distribuzione dei premi, alla presenza di ragazzi provenienti dalle varie province d'Italia, con il passaggio davanti alle autorità "che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza". I maestri sono già una categoria socialmente riconosciuta, con un preciso ruolo e una propria identità, anche se non tutte le situazioni sono analoghe, soprat­tutto nelle scuole rurali, come si evince dalle relazioni degli...

Video – Cosa puoi sentire o vedere nel tuo giardino?

Un bel regalo da parte degli amici della S.OM "Il Pettazzurro"! E' suffciente cliccare sull'immagine per avviare il video Dedicato  a tutti coloro che dalla finestra, dal terrazzo o, i più fortunati, dal giardino, sentono un canto tra gli alberi. Nel breve video sono riportate tutte le foto delle specie di uccelli che si possono udire nei giardini della Bassa Modenese; ad ogni foto è abbinato il canto. Rossella Casari - Tonino De Cristian

Buone notizie dal Comitato “Salviamo PortoVecchio”

COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO «SALVIAMO PORTOVECCHIO» 30.XII.2025 Il Comitato «Salviamo PortoVecchio» esprime sollievo e soddisfazione per la bella notizia, ricevuta nel pomeriggio di oggi, martedì 30 dicembre: infatti, all’esito delle procedure di gara relative al Bando «Energie 5.0» di Difesa Servizi, concluse lo scorso 17 novembre, risulta che non sia stata presentata alcuna offerta per il sito di PortoVecchio. È dunque scongiurato il pericolo che si mettessero in moto le procedure autorizzative semplificate per la realizzazione di un vasto impianto fotovoltaico come previsto dal Bando. La notizia è stata diffusa da Anna Greco, Capogruppo in Consiglio Comunale Lista PD-Mirandola, congiuntamente a Ivano Barbieri, Segretario del Partito Democratico Mirandola, ma proviene dall’Onorevole Stefano Vaccari, in risposta all’interrogazione parlamentare da quest’ultimo precedentemente presentata alla Camera dei Deputati. Per questo fruttuoso interessamento alla causa il Comitato non può che esprimere la più sincera gratitudine. Si desidera cogliere l’occasione per ringraziare anche, e una volta di più, la Comunità di San Martino Spino, sempre sollecita, premurosa, sensibile e animosa, e tutti quei cittadini che nell’estate scorsa hanno sottoscritto la petizione promossa dal Comitato per richiedere l’esclusione del sito dal Bando, così come pure tutte le personalità eminenti del mondo della cultura che nello scorso autunno hanno sottoscritto un appello propositivo per il rilancio dell’area. Dopo questa incoraggiante notizia, il Comitato rinnova il proprio impegno a spendersi per dare a PortoVecchio il futuro che merita.

Buon Natale ed un felice 2026

Acquerello dell'amica fotografa, ed ora anche pittrice, Donatelle Bucci

Marcella Bertolini dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola alla Sicurform Italia Group.

Passaggio di testimone a Sicurform Italia Group sede di Mirandola, importante realtà di formazione e consulenza attiva sul territorio nazionale. Marcella Bertolini, già responsabile per 22 anni delle Relazioni e Affari istituzionali della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola, nota e stimata su tutto il territorio provinciale, subentra a Maino Benatti.. Dalla redazione del Barnardon i migliori auguri alla dottoressa Marcella Bertolini per il nuovo incarico, certi che saprà ricoprire al meglio questa nuova attività professionale.

PARTNERS

TEAM99
Radio Pico
qbi
EMME

La barzelletta della Lory del lunedì.

As sa, gli amighi dla Marta i gh'ha na vita piutost muvimentada. La Ione l'è al bar a bevar al biciren dla staffa, l'è n'ora dop mesanot e al barista, gentile e surident, al dis: "Sgnora, la invito ad uscire." E la Ione: " Ragazol a prev essar to madra e po'...a son spusada!" E al barista: "Al so.... ma mè a gh'ho da sarar al bar!" Traduzione Si sa, le amiche della Marta hanno una vita piuttosto movimentata. La Ione è al bar a bere il bicchierino della staffa, è l'una dopo mezzanotte, e il barista, gentile e sorridente, dice: "Signora, la invito ad uscire." E la Ione: "Ragazzo potrei essere tua madre e poi....sono sposata!" E il barista:" Lo so...ma io devo chiudere il bar!"

Bortoli Auto
GOLDONI
Sicurimpresa

Appunti Sanfeliciani – Gennaio 2026

In questo numero: Approvato il progetto esegutivo della "Torre dell'Orologio", notizie dall'Ospedale Santa Maria Bianca di Mirandola, pubblicata la "Carta dei percorsi della ricostruzione nella Bassa modenese e tante altre notizie.
,

Personaggi mirandolesi – Giovanni Cavicchioli

Nato a Mirandola (Modena) il 2 genn. 1894 da Alfredo, medico, e da Rosa Severi, rimase orfano della madre a tre anni (i suoi ricordi d'infanzia sono affidati al romanzo autobiografico  Bambino senza madre , Roma 1943). Interrotti gli studi classici, li continuò per suo conto; coltivò contemporaneamente quelli musicali sotto la guida di O. Respighi, e si interessò anche di arti figurative, cimentandosi nella pittura. Con impegno più metodico si dedicò all'attività letteraria: suo esordio fu la raccolta di versi  Palazzi incantati , edita a proprie spese (Mirandola 1913). Ad anni più maturi risalgono i contatti col teosofo austriaco R. Steiner, che aveva elaborato una sua dottrina (antroposofia) e fondato nel 1913 la Società antroposofica con sede a Dornach, in Svizzera, in un edificio detto Goetheanum, dove fra l'altro si tennero corsi di arte drammatica; a Domach il C. soggiornò ripetutamente. Due tragedie di argomento romano,  Romolo e  Lucrezia (rispettivamente scritte nel 1920 e 1921,ed edite la prima a Bologna nel 1923 e la seconda a Carpi nel 1926), gli valsero una certa notorietà negli ambienti teatrali: la prima fu messa in scena nel 1932 dalla compagnia Tamberlani (con riprese negli anni successivi); la seconda nel 1925 dalla compagnia di Gualtiero. Tumiati e Letizia Celli. Minor attenzione riscossero altri suoi lavori teatrali:  Guerino detto il Meschino , leggenda per bambini con intermezzi musicali di A. Lualdi, presentata nel 1919 al teatro dei Piccoli di Roma creato e diretto da Vitorio Podrecca, e  Intellettuali , gioco scenico scritto nel 1925e presentato a Mirandola nel 1933dalla compagnia Sperani-Tamberlani-Bettinelli. La censura impedì nel 1931 la messa in scena della commedia  Rosa in fiore (pubblicata insieme con la precedente a Modena nel 1933). Nel 1924 il Cavicchioli era stato presentato dall'amico, O. Vergani a Luigi Pirandello, a fianco del quale, assieme ad altri (Era cui il Vergani, M. Bontempelli e G. Prezzolini), partecipò all'ideazione del "Teatro dei dodici", progetto concretatosi poi nel 1925 con la fondazione del teatro d'Arte di Roma, alla cui direzione si pose lo stesso Pirandello. Negli anni successivi, che, pur con frequenti spostamenti e continuando a mantenere i rapporti con l'ambiente roman o, trascorse soprattutto a Sanremo, il Cavicchioli esercitò attività di pubblicista e di critico teatrale. All'inizio della seconda guerra mondiale si stabilì definitivamente a Mirandola, proseguendo il lavoro di giornalista. Continuava anche a coltivare l'interesse per la pittura (fra i suoi amici più cari fu Filippo De Pisis, alla cui opera dedicò diversi articoli e il volume  F .  De Pisis , Venezia 1932 e Firenze 1942) e nel 1948 ebbe luogo a Modena una mostra di suoi dipinti. Nel 1957 ricevette il premio "La Secchia", conferitogli dall'Associazione della stampa di Modena quale riconoscimento della sua attività letteraria. Negli ultimi anni lavorò ad un saggio, rimasto incompiuto, sul suo conterraneo Giovanni Pico della Mirandola. Durante la sua carriera giornalistica collaborò a numerosi periodici e quotidiani (fra gli altri:  La Nuova Antologia ,  La Fiera letteraria ,  Il Popolo d'Italia ,  L'Illustrazione italiana ,  Il Resto del Carlino...
,

San Martino Spino – Portovecchio e i cavalli

La località era già nota ai romani. Posta alla confluenza dei fiumi Bondeno e Burana ebbe forse un palazzo-castello sulle fondamenta del quale, nei secoli XVI, XVII e XVIII fu innalzato l’edificio at­tuale. La denominazione Portovecchio deriva dal tempo in cui l’ap­prodo cadde in disuso. Certamente il luogo ha costituito il centro amministrativo più importante (fin dal medioevo) perchè posto in zona di confine. Anche Borso d’Este, il 7 luglio 1461 si fermò qui per comperare un puledro (Gandini: Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli Estensi, Bo­logna, edizione Fava e Baragnani, 1892). Furono i Pico a organizzare l’allevamento di cavalli di San Marti­no, o meglio, a sfruttarlo per i loro commerci, da Portovecchio, Po­vertà, Arginone e dalla loro villa (casa Tioli). Anche al tempo di Ales­sandro II (1641 - 1691), ricco duca mirandolese, colui che si poteva permettere una corte nobile di cinquecento persone, di alto lignag­gio, di armare duecento fanti e duecento cavalieri, erano note pre­stigiose razze di cavalli: la Corsiero, la Zanetta e la Villana. Un gene­rale tedesco comprò un cavallo nominato Baimoroso per la cifra di 600 ongari. Il nobile Morosini pagò un Corsiero 900 zecchini, il ve­scovo di Trento spese per un bell’esemplare 800 ongari. I Pico, che avevano speciali riserve di caccia e pesca a San Martino Spino, e qui una seconda villa (l’attuale Villa Tioli, donata ai Tioli per il buon servito nel 1695) ospitavano spesso i signori di Manto­va, Modena, Guastalla e Novellara. Dopo il 1750 furono i nobili Menafoglio a sistemare e a costruire nella tenuta di Portovecchio, il cui palazzo diventò una specie di castello dalle robustissime mura. Più di un alluvione colpì Portovecchio, punto all’estremo nord del paese. Nel 1796 la rivoluzione francese cancellò tutti i feudi e anche Portovecchio passò al dipartimento del Panaro. Nel 1815, col ritor­no degli Estense a Modena, passò alla Camera ducale, quindi allo Stato italiano (1859-’60). L’erario lo tenne fino al 1862, quando fu acquistato dal barone Vincenzo Beiinda, che lo conservò fino al 1880. Grande movimento nel 1881, con la costruzione delle tettoie, appal­tate a Paolo Zoboli di Modena, con un primo stanziamento di spesa di 100.000 lire. Già erano 350 nella tenuta i cavalli allevati; nel 1885: 600; nel 1889: più di 800. Con le tettoie furono costruiti i barchessoni, capolavori di ingegne­ria militare, unici in Italia. Il Palazzo Portovecchio fu restaurato nel 1855 con 60.000 lire. Ogni tettoia per i cavalli costò 35.000 lire. L’insediamento del Deposito Cavalli si ebbe nel 1883. Portovecchio era diventato proprietà del Ministero della Guerra nel 1882. L’annuncio della fondazione si ebbe dal cavalier Luigi Gregori, che inviò alla direzione del Panaro la seguente lettera, pubblicata nel n. 208 del 31 luglio 1882, ripresa dall’Indicatore di agosto dello stesso anno: “Egregio Direttore, credo di poterle dare ormai come certo, che nella tenuta di Portovecchio, presso Mirandola, verrà istituito un grande deposito d’allevamento equino, per questo Ministero della Guerra...” . Il “5° Deposito” fu legalizzato con regio decreto del 19 aprile 1883 e si attivò dal 1° maggio...

La barzelletta della Lory del lunedì

Jusfen as dà a la politica e al visita un picul paes sperdù in dla nostra vall, al catta un cuntaden ch'al lavora in campagna e al ga dmanda cus al prev far par migliorar la so esistesa. "Tri quei", al dis al cuntaden, "al prim l'è sicurament l'usdâl, l'è tropp distant, a fem in temp a murir!" Jusfen al sa sposta, al tos in mân al telefono, al dascor, po' al torna dal cuntaden: "Fatto, at gh'ha la mè paròla che prest i tacaran i lavor par 'n ambulatori darent al to paes." "Second"al dis al cuntaden, "la nostra cesa, dop al teremot l'è ancòra distrutta e i è pasâ tredz ann!" Jusfen al sa sposta n'altra volta, al tos in mân al telefono, al dascor, po' al torna dal cuntaden: "Fatto, at gh'ha la mè paròla che, la to cesa, st'ann, la sarà ricostruida. E ades la tersa." "Tersa i è i celular, chè in funsionan brisa!!" Traduzione Jusfen si da alla politica e visita un piccolo paese sperduto nella nostra valle, trova un contadino che lavora in campagna e gli domanda cosa potrebbe fare per migliorare la sua esistenza. "Tre cose", dice il contadino, "la prima è sicuramente l'ospedale, è troppo distante, facciamo in tempo a morire!" Jusfen si sposta, prende in mano il telefono, parla poi torna dal contadino: "Fatto, hai la mia parola che presto incominceranno i lavori per l'ambulatorio vicino al tuo paese." "Secondo", dice il contadino, " la nostra chiesa, dopo il terremoto è ancora distrutta, e sono passati tredici anni!!" Jusfen si sposta un altra volta, prende in mano il telefono, parla poi torna dal contadino: "Fatto, hai la mia parola che, la tua chiesa, quest'anno sarà ricostruita. E adesso la terza". "Terza sono i cellulari, qua non funzionano!!" Suggerita da Alberto Barelli
,

1859 – I "Maestri" della Scuola Elementare di Mirandola

1915 il Maestro Medardo Musi Già dal 1859 a Mirandola sono funzionanti classi di scuola elementare. Nel 1860 il Comune di Mirandola istituisce quattro sezioni di scuole ele­mentari maschili urbane, che hanno sede in un palazzo di Via La Fenice insieme ad altre scuole (Tecniche, Ginnasiali, degli Artisti, di Musica e di Ginnastica). Due anni dopo si aprono anche le pubbliche scuole femminili. Nelle "Avvertenze" del 1862/'63, il Ministero prescrive che sui registri "I Maestri avranno cura di scrivere con chiarezza il nome ed il Prenome degli allievi per ordine alfabetico, con tutte le altre indicazioni richieste". Le altre indicazioni richieste a Mirandola sono: la paternità, il domicilio, l'esito degli esami trimestrali, l'esito dell'esame di avanzamento e i ' premii" ottenuti. La paternità viene ritenuta molto importante, per cui il nome del padre è indicato anche se defunto (con la dicitura "fu"...) in un sistema che bolla come figli di "N.N." (dal latino nomen nescio: non conosco il nome) i figli illegittimi. La dicitura, infamante e discriminante, equivalente di "bastardo", rimane nei registri di classe fino all'anno scolastico 1959/'60 (viene abolita con il D.P.R. № 617 del 27/04/1960). Riguardo ai "premii", l'art. 53 del Regolamento 15 settembre 1860 prevede la distribuzione di "libri di premio o attestazioni di merito agli allievi che sarannosi segnalati per istudio, per diligenza e per costumatezza . Non basta ottenere ottime rotazioni, è necessario aver dimostrato impegno, buona volontà, costanza e aver tenuto un comportamento rispettoso verso tutti. Durante l'Ottocento il libro di premio viene quasi sempre rilegato con una solida copertina telata, impressa a caratteri d'oro, che lo rende un oggetto più da guardare che da sfogliare. Col passare del tempo l'uso delle rilegature va scompa­rendo, ma il libro rimane il dono per suggellare l'impegno di un anno scolastico. Durante l'anno vengono dati di tanto in tanto, come premi, un santino, una car­tolina, un nastro da capelli, un segnalibro. In genere però basta l'encomio di fronte alla classe, fatto con tono solenne e accompagnato da un foglietto per la famiglia che attesta la cosa. Nel libro per la quarta classe elementare maschile e femminile "Il Mondo Nuovo" (Renato Fucini, Bemporad & figlio, Firenze, 1905), compare una lettura che racconta di una conversazione tra due nipoti col proprio nonno relativa alla distribuzione dei premi scolastici e alla festa che viene fatta a Fonteviva con la banda, "con il Sindaco, l'ispettore, tutti i maestri e le maestre, tutti gli scolari e tutto il comune". Si aggiunge poi che, prima della distribuzione dei premi, vengono recitati dialoghi, cantati cori e declamate poesie. Anche nel libro "Cuore" è dato molto risalto alla distribuzione dei premi, alla presenza di ragazzi provenienti dalle varie province d'Italia, con il passaggio davanti alle autorità "che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza". I maestri sono già una categoria socialmente riconosciuta, con un preciso ruolo e una propria identità, anche se non tutte le situazioni sono analoghe, soprat­tutto nelle scuole rurali, come si evince dalle relazioni degli...

Donatella Bucci – La galaverna torna nella Bassa

Donatella Bucci La galavarena torna nella Bassa. Le Valli Mirandolesi si sono risvegliate avvolte da un incanto antico. La galaverna, assente da decenni, ha ricamato il paesaggio con cristalli di ghiaccio, trasformando canneti, alberi e argini in sculture effimere. In questa terra d’acqua e nebbia, dove l’orizzonte è sempre in sospensione, il gelo ha aggiunto silenzio al silenzio, luce alla quiete. Ogni fotografia racconta un evento ormai raro: il tempo che si ferma, la natura che torna a mostrarsi fragile e solenne, e le Valli che, per un breve momento, diventano memoria e meraviglia insieme. Questa serie fotografica documenta un momento unico: la natura che, per poche ore, cambia forma e memoria, offrendo uno spettacolo tanto effimero quanto straordinario, capace di far riscoprire – anche a chi le conosce da sempre – la bellezza nascosta di un luogo simbolo del territorio mirandolese. Donatella Bucci  Nata a Mirandola il 18 maggio 1954, emiliana doc, fashion designer da sempre.  Diplomata ITS Grazia Deledda di Modena. Ha coltivato in questi anni la passione per i viaggi se possibile fuori dalle tradizionali rotte del turismo. Appassionata di fotografia ne ha fatto il suo hobby principale, ha creato il sito   https://lospiritodelluogo.jimdofree.com/   per potere condividere con le persone che ama e che stima quello che sono le sue esperienze di viaggio, le sue emozioni e i suoi contatti  con la gente e con la natura, a volte selvaggia  a volte scontata, ma sempre stupefacente, a volte crudele ma mai incoerente, che si dona agli occhi del viaggiatore come un neonato si dona agli occhi della propria madre. Ha avuto foto selezionate da National Geoghaphic e diverse foto pubblicate dalla rivista on line Vogue. Collabora con la rivista enogastronomica Cavolo Verde, ha frequentato il corso AIS per Sommeliers ma, per motivi di lavoro, non ha potuto far l’esame e conseguentemente non ha ottenuto il diploma  ma ama il buon bere. La sua fotografia e’ rivolta principalmente verso temi naturalistici o etnici, pur amando molto le nostre valli con la nostra fauna e la nostra flora che cerca di rappresentare in modo originale . Ha al suo attivo due mostre a livello locale, una sui panorami e particolari del parco di Yellowstone e dell’Islanda, la seconda sui colori e sulle etnie dell’Etiopia del sud. Ama tecniche fotografiche alternative , come le esposizioni multiple, giocando su immagini sfocate e no, o immagini create con mossi in macchina. E’ un’appassionata di fotografia macro. Coltiva da qualche tempo l’hobby della pittura fluidart, una tecnica per lo più usata da artisti americani e australiani, una tecnica di pittura astratta e, spesso, si ispira alle sue foto per ottenere certi risultati.
DONNA Più
Chiosco 1906

3 Febbraio – San Biagio e il “Mal di gola”

SAN BIAGIO E IL MAL DI GOLA Il 3 febbraio la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più popolari, almeno nella “Bassa” modenese e in tutta l’area padana. Si tratta di San Biagio, un sacerdote di probabile origine armena, divenuto poi vescovo della Cappadocia, una regione dell’attuale Turchia meridionale. Secondo la tradizione cristiana, San Biagio fu martiriz­zato nel 316 d.C., benché ormai da tre anni fosse stato pubblicato il famoso Editto di Milano dall’imperatore Costantino I che conce­deva ai cristiani la libertà di culto. Secondo la leggenda, fu strangolato con un grosso pettine di ferro, uno di quei pettini usati per cardare la lana, per cui San Bia­gio è anche il patrono dei cardatori. La leggenda racconta che un giorno San Biagio, che era anche medico, operò la miracolosa guarigione di un bambino che stava per soffocare dopo avere ingoiato una grossa lisca di pesce che gli si era conficcata in gola. San Biagio è anche il patrono di Gavello, nel Mirandolese, e di San Biagio in Padule, frazione di San Felice sul Panaro. Esiste ancora una devota tradizione in virtù della quale nella mattinata del 3 febbraio molti fedeli, specialmente quelli sog­getti ai disturbi di gola, si recano nelle varie chiese dove il sacer­dote li “protegge” dalle affezioni alla gola, tenendo fra le mani una sorta di collare di cera, formato cioè da due candele accese a for­ma di arco. Il fedele avvicina il proprio collo a questo archetto, ba­cia le candele (meglio ancora se esiste una piccola reliquia del Santo), appoggia la gola sul “collare” di cera, mentre il sacerdote recita una breve preghiera. In questo modo i fedeli vengono “vac­cinati” contro le malattie del primo apparato respiratorio, grazie al­la “segnatura della gola”. Tratto da: Antiche tradizioni mirandolane Autore: Giuseppe Morselli Edizioni Bozzoli Anno 2000

Giorno della Memoria – Il soccorso agli ebrei nella Bassa Modenese

Mentre le autorità fasciste collaboravano attivamente per la loro deportazione verso i campi di sterminio, la popolazione non accettò e tanto meno condivise questa spregevole politica persecutoria che colpiva persone innocenti e stimate. Fino a quel momento gli ebrei avevano subito soltanto pesanti conseguenze sul piano dei diritti civili e non si era posto il problema della loro eliminazione fisica. La politica di espulsione degli ebrei dalla vita civile, incominciata con la pubblicazione del “Manifesto in difesa della razza”, era continuata negli anni 1939 e 1940 con altri provvedimenti riguardanti i loro beni e con altre disposizioni ancora più odiose per la loro assurdità: agli ebrei furono vietati gli annunci mortuari, non potevano possedere radio e i loro nomi vennero tolti dagli elenchi telefonici. La situazione peggiorò dopo l’8 settembre 1943, per la presenza da padroni dei tedeschi in Italia, che imposero le proprie leggi, scatenando la feroce caccia all’ebreo. Il 10 dicembre 1943, il governo di Mussolini, pur consapevole che sarebbero finiti nelle camere a gas, ordinò l’arresto e la consegna ai tedeschi di tutti gli ebrei. Se la maggior parte degli ebrei non fece una fine atroce, il merito va al coraggio di uomini e di donne che a rischio della vita li difesero. Grazie alla solidarietà, il 90 per cento degli ebrei si salvò. Gli interventi legislativi della Repubblica Sociale Italiana consistettero in un decreto del ministro Buffarmi Guidi del 1° dicembre 1943, con il quale si ordinava il loro internamento nei “campi di concentramento”, sufficiente per metterli in mano ai tedeschi, e, nella legge del 4 gennaio 1944, che li spogliava di ogni bene, proclamando che tali ricchezze sarebbero state usate per in­dennizzare i sinistrati dalle incursioni alleate. Quando incominciò la deportazione dall’Italia per un viaggio senza ritorno, in Germania erano già stati smantellati i campi di sterminio delle 'razze inferiori”. Nell’ottobre del 1943 la stragrande maggioranza della popolazione attiva tedesca era sotto le armi ed era indispensabile mantenere gli adeguati livelli produttivi nel settore bellico e nell’agricoltura. Sulla logica dello sterminio immediato prevalse la necessità dello sfrut­tamento dei deportati come forza lavoro e la loro eliminazione venne differita nel tempo. Per gli ebrei la destinazione prevalente fu Auschwitz, un campo che svolgeva la doppia funzione di eliminare immediatamente i più deboli con il gas al loro arrivo e di spremere gli altri sino all’esaurimento fisico totale attraverso il lavoro. Gli ebrei italiani erano già schedati e, benché cittadini italiani, furono internati e deportati. Nella Bassa le persecuzioni razziali costarono la vita ad Ada Osima che gestiva a Finale la Farmacia Comunale di Piazza Verdi quando le leg­gi razziali la costrinsero ad abbandonare la professione nel 1938. Nel settembre del 1943 lasciò Finale per unirsi alla sua famiglia ad Asti, dove fu rastrellata e deportata ad Auschwitz. Scomparve nel 1944 e non esistono documenti sulla sua fine. Una testimonianza alla sorella Anita di un'ebrea polacca sopravissuta racconta di averla conosciuta, riferendo che "Ada èstata fortunata perché non ha sofferto a lungo, morendo presto" . Quando fu...

Personaggi mirandolesi – Giovanni Cavicchioli

Nato a Mirandola (Modena) il 2 genn. 1894 da Alfredo, medico, e da Rosa Severi, rimase orfano della madre a tre anni (i suoi ricordi d'infanzia sono affidati al romanzo autobiografico  Bambino senza madre , Roma 1943). Interrotti gli studi classici, li continuò per suo conto; coltivò contemporaneamente quelli musicali sotto la guida di O. Respighi, e si interessò anche di arti figurative, cimentandosi nella pittura. Con impegno più metodico si dedicò all'attività letteraria: suo esordio fu la raccolta di versi  Palazzi incantati , edita a proprie spese (Mirandola 1913). Ad anni più maturi risalgono i contatti col teosofo austriaco R. Steiner, che aveva elaborato una sua dottrina (antroposofia) e fondato nel 1913 la Società antroposofica con sede a Dornach, in Svizzera, in un edificio detto Goetheanum, dove fra l'altro si tennero corsi di arte drammatica; a Domach il C. soggiornò ripetutamente. Due tragedie di argomento romano,  Romolo e  Lucrezia (rispettivamente scritte nel 1920 e 1921,ed edite la prima a Bologna nel 1923 e la seconda a Carpi nel 1926), gli valsero una certa notorietà negli ambienti teatrali: la prima fu messa in scena nel 1932 dalla compagnia Tamberlani (con riprese negli anni successivi); la seconda nel 1925 dalla compagnia di Gualtiero. Tumiati e Letizia Celli. Minor attenzione riscossero altri suoi lavori teatrali:  Guerino detto il Meschino , leggenda per bambini con intermezzi musicali di A. Lualdi, presentata nel 1919 al teatro dei Piccoli di Roma creato e diretto da Vitorio Podrecca, e  Intellettuali , gioco scenico scritto nel 1925e presentato a Mirandola nel 1933dalla compagnia Sperani-Tamberlani-Bettinelli. La censura impedì nel 1931 la messa in scena della commedia  Rosa in fiore (pubblicata insieme con la precedente a Modena nel 1933). Nel 1924 il Cavicchioli era stato presentato dall'amico, O. Vergani a Luigi Pirandello, a fianco del quale, assieme ad altri (Era cui il Vergani, M. Bontempelli e G. Prezzolini), partecipò all'ideazione del "Teatro dei dodici", progetto concretatosi poi nel 1925 con la fondazione del teatro d'Arte di Roma, alla cui direzione si pose lo stesso Pirandello. Negli anni successivi, che, pur con frequenti spostamenti e continuando a mantenere i rapporti con l'ambiente roman o, trascorse soprattutto a Sanremo, il Cavicchioli esercitò attività di pubblicista e di critico teatrale. All'inizio della seconda guerra mondiale si stabilì definitivamente a Mirandola, proseguendo il lavoro di giornalista. Continuava anche a coltivare l'interesse per la pittura (fra i suoi amici più cari fu Filippo De Pisis, alla cui opera dedicò diversi articoli e il volume  F .  De Pisis , Venezia 1932 e Firenze 1942) e nel 1948 ebbe luogo a Modena una mostra di suoi dipinti. Nel 1957 ricevette il premio "La Secchia", conferitogli dall'Associazione della stampa di Modena quale riconoscimento della sua attività letteraria. Negli ultimi anni lavorò ad un saggio, rimasto incompiuto, sul suo conterraneo Giovanni Pico della Mirandola. Durante la sua carriera giornalistica collaborò a numerosi periodici e quotidiani (fra gli altri:  La Nuova Antologia ,  La Fiera letteraria ,  Il Popolo d'Italia ,  L'Illustrazione italiana ,  Il Resto del Carlino...

San Martino Spino – Portovecchio e i cavalli

La località era già nota ai romani. Posta alla confluenza dei fiumi Bondeno e Burana ebbe forse un palazzo-castello sulle fondamenta del quale, nei secoli XVI, XVII e XVIII fu innalzato l’edificio at­tuale. La denominazione Portovecchio deriva dal tempo in cui l’ap­prodo cadde in disuso. Certamente il luogo ha costituito il centro amministrativo più importante (fin dal medioevo) perchè posto in zona di confine. Anche Borso d’Este, il 7 luglio 1461 si fermò qui per comperare un puledro (Gandini: Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli Estensi, Bo­logna, edizione Fava e Baragnani, 1892). Furono i Pico a organizzare l’allevamento di cavalli di San Marti­no, o meglio, a sfruttarlo per i loro commerci, da Portovecchio, Po­vertà, Arginone e dalla loro villa (casa Tioli). Anche al tempo di Ales­sandro II (1641 - 1691), ricco duca mirandolese, colui che si poteva permettere una corte nobile di cinquecento persone, di alto lignag­gio, di armare duecento fanti e duecento cavalieri, erano note pre­stigiose razze di cavalli: la Corsiero, la Zanetta e la Villana. Un gene­rale tedesco comprò un cavallo nominato Baimoroso per la cifra di 600 ongari. Il nobile Morosini pagò un Corsiero 900 zecchini, il ve­scovo di Trento spese per un bell’esemplare 800 ongari. I Pico, che avevano speciali riserve di caccia e pesca a San Martino Spino, e qui una seconda villa (l’attuale Villa Tioli, donata ai Tioli per il buon servito nel 1695) ospitavano spesso i signori di Manto­va, Modena, Guastalla e Novellara. Dopo il 1750 furono i nobili Menafoglio a sistemare e a costruire nella tenuta di Portovecchio, il cui palazzo diventò una specie di castello dalle robustissime mura. Più di un alluvione colpì Portovecchio, punto all’estremo nord del paese. Nel 1796 la rivoluzione francese cancellò tutti i feudi e anche Portovecchio passò al dipartimento del Panaro. Nel 1815, col ritor­no degli Estense a Modena, passò alla Camera ducale, quindi allo Stato italiano (1859-’60). L’erario lo tenne fino al 1862, quando fu acquistato dal barone Vincenzo Beiinda, che lo conservò fino al 1880. Grande movimento nel 1881, con la costruzione delle tettoie, appal­tate a Paolo Zoboli di Modena, con un primo stanziamento di spesa di 100.000 lire. Già erano 350 nella tenuta i cavalli allevati; nel 1885: 600; nel 1889: più di 800. Con le tettoie furono costruiti i barchessoni, capolavori di ingegne­ria militare, unici in Italia. Il Palazzo Portovecchio fu restaurato nel 1855 con 60.000 lire. Ogni tettoia per i cavalli costò 35.000 lire. L’insediamento del Deposito Cavalli si ebbe nel 1883. Portovecchio era diventato proprietà del Ministero della Guerra nel 1882. L’annuncio della fondazione si ebbe dal cavalier Luigi Gregori, che inviò alla direzione del Panaro la seguente lettera, pubblicata nel n. 208 del 31 luglio 1882, ripresa dall’Indicatore di agosto dello stesso anno: “Egregio Direttore, credo di poterle dare ormai come certo, che nella tenuta di Portovecchio, presso Mirandola, verrà istituito un grande deposito d’allevamento equino, per questo Ministero della Guerra...” . Il “5° Deposito” fu legalizzato con regio decreto del 19 aprile 1883 e si attivò dal 1° maggio...

1859 – I "Maestri" della Scuola Elementare di Mirandola

1915 il Maestro Medardo Musi Già dal 1859 a Mirandola sono funzionanti classi di scuola elementare. Nel 1860 il Comune di Mirandola istituisce quattro sezioni di scuole ele­mentari maschili urbane, che hanno sede in un palazzo di Via La Fenice insieme ad altre scuole (Tecniche, Ginnasiali, degli Artisti, di Musica e di Ginnastica). Due anni dopo si aprono anche le pubbliche scuole femminili. Nelle "Avvertenze" del 1862/'63, il Ministero prescrive che sui registri "I Maestri avranno cura di scrivere con chiarezza il nome ed il Prenome degli allievi per ordine alfabetico, con tutte le altre indicazioni richieste". Le altre indicazioni richieste a Mirandola sono: la paternità, il domicilio, l'esito degli esami trimestrali, l'esito dell'esame di avanzamento e i ' premii" ottenuti. La paternità viene ritenuta molto importante, per cui il nome del padre è indicato anche se defunto (con la dicitura "fu"...) in un sistema che bolla come figli di "N.N." (dal latino nomen nescio: non conosco il nome) i figli illegittimi. La dicitura, infamante e discriminante, equivalente di "bastardo", rimane nei registri di classe fino all'anno scolastico 1959/'60 (viene abolita con il D.P.R. № 617 del 27/04/1960). Riguardo ai "premii", l'art. 53 del Regolamento 15 settembre 1860 prevede la distribuzione di "libri di premio o attestazioni di merito agli allievi che sarannosi segnalati per istudio, per diligenza e per costumatezza . Non basta ottenere ottime rotazioni, è necessario aver dimostrato impegno, buona volontà, costanza e aver tenuto un comportamento rispettoso verso tutti. Durante l'Ottocento il libro di premio viene quasi sempre rilegato con una solida copertina telata, impressa a caratteri d'oro, che lo rende un oggetto più da guardare che da sfogliare. Col passare del tempo l'uso delle rilegature va scompa­rendo, ma il libro rimane il dono per suggellare l'impegno di un anno scolastico. Durante l'anno vengono dati di tanto in tanto, come premi, un santino, una car­tolina, un nastro da capelli, un segnalibro. In genere però basta l'encomio di fronte alla classe, fatto con tono solenne e accompagnato da un foglietto per la famiglia che attesta la cosa. Nel libro per la quarta classe elementare maschile e femminile "Il Mondo Nuovo" (Renato Fucini, Bemporad & figlio, Firenze, 1905), compare una lettura che racconta di una conversazione tra due nipoti col proprio nonno relativa alla distribuzione dei premi scolastici e alla festa che viene fatta a Fonteviva con la banda, "con il Sindaco, l'ispettore, tutti i maestri e le maestre, tutti gli scolari e tutto il comune". Si aggiunge poi che, prima della distribuzione dei premi, vengono recitati dialoghi, cantati cori e declamate poesie. Anche nel libro "Cuore" è dato molto risalto alla distribuzione dei premi, alla presenza di ragazzi provenienti dalle varie province d'Italia, con il passaggio davanti alle autorità "che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza". I maestri sono già una categoria socialmente riconosciuta, con un preciso ruolo e una propria identità, anche se non tutte le situazioni sono analoghe, soprat­tutto nelle scuole rurali, come si evince dalle relazioni degli...

Video – Cosa puoi sentire o vedere nel tuo giardino?

Un bel regalo da parte degli amici della S.OM "Il Pettazzurro"! E' suffciente cliccare sull'immagine per avviare il video Dedicato  a tutti coloro che dalla finestra, dal terrazzo o, i più fortunati, dal giardino, sentono un canto tra gli alberi. Nel breve video sono riportate tutte le foto delle specie di uccelli che si possono udire nei giardini della Bassa Modenese; ad ogni foto è abbinato il canto. Rossella Casari - Tonino De Cristian
Malagoli
Formazione
GENERALI

Buone notizie dal Comitato “Salviamo PortoVecchio”

COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO «SALVIAMO PORTOVECCHIO» 30.XII.2025 Il Comitato «Salviamo PortoVecchio» esprime sollievo e soddisfazione per la bella notizia, ricevuta nel pomeriggio di oggi, martedì 30 dicembre: infatti, all’esito delle procedure di gara relative al Bando «Energie 5.0» di Difesa Servizi, concluse lo scorso 17 novembre, risulta che non sia stata presentata alcuna offerta per il sito di PortoVecchio. È dunque scongiurato il pericolo che si mettessero in moto le procedure autorizzative semplificate per la realizzazione di un vasto impianto fotovoltaico come previsto dal Bando. La notizia è stata diffusa da Anna Greco, Capogruppo in Consiglio Comunale Lista PD-Mirandola, congiuntamente a Ivano Barbieri, Segretario del Partito Democratico Mirandola, ma proviene dall’Onorevole Stefano Vaccari, in risposta all’interrogazione parlamentare da quest’ultimo precedentemente presentata alla Camera dei Deputati. Per questo fruttuoso interessamento alla causa il Comitato non può che esprimere la più sincera gratitudine. Si desidera cogliere l’occasione per ringraziare anche, e una volta di più, la Comunità di San Martino Spino, sempre sollecita, premurosa, sensibile e animosa, e tutti quei cittadini che nell’estate scorsa hanno sottoscritto la petizione promossa dal Comitato per richiedere l’esclusione del sito dal Bando, così come pure tutte le personalità eminenti del mondo della cultura che nello scorso autunno hanno sottoscritto un appello propositivo per il rilancio dell’area. Dopo questa incoraggiante notizia, il Comitato rinnova il proprio impegno a spendersi per dare a PortoVecchio il futuro che merita.

Buon Natale ed un felice 2026

Acquerello dell'amica fotografa, ed ora anche pittrice, Donatelle Bucci

Marcella Bertolini dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola alla Sicurform Italia Group.

Passaggio di testimone a Sicurform Italia Group sede di Mirandola, importante realtà di formazione e consulenza attiva sul territorio nazionale. Marcella Bertolini, già responsabile per 22 anni delle Relazioni e Affari istituzionali della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola, nota e stimata su tutto il territorio provinciale, subentra a Maino Benatti.. Dalla redazione del Barnardon i migliori auguri alla dottoressa Marcella Bertolini per il nuovo incarico, certi che saprà ricoprire al meglio questa nuova attività professionale.

  Novità  

Nella pagina Stampe Storiche disponibile ora
Don Felice CERETTI

Jusfen casalingo

Redeo l'è al solit bar con Jusfen. "Ho sintì dir, Jusfen, che a cà tua chi lava i piatt at ze te!" "I piatt? Minga sol i piatt...A lav anch i pagn e i paviment!" "E...la Marta, to muier!?" "No!!!!!!! La Marta l'as lava da par leeeee!!!" Traduzione Redeo è al solito bar con Jusfen. "Ho sentito dire, Jusfen, che a casa tua chi lava i piatti sei tu!" "I piatti? Non solo i piatti....Lavo anche i panni e i pavimenti!" "E...la Marta, tua moglie?!" " No!!!! La Marta si lava da sola!!!"  

PARTNERS

TEAM99
Radio Pico
qbi
EMME