Vilmo Cappi – Il giorno degli Impiccati

Vilmo Cappi – Il giorno degli Impiccati

5 Marzo 2026 0

22 Febbraio 1945

Il giorno degli Impiccati

Gli stivali dei soldati erano come quelli che nei macelli calzano gli sgozzatori o gli uomini di fatica quanto appendono ai ganci i quarti di bestiame o lavano i marmi. Finivano poco sotto alla metà della gamba, un poco al di sotto del ginocchio, larghi. Alcuni soldati vi tenevano infilato un lungo manico di una bomba a mano che, impugnata, sembrava una piccola mazza medievale da combatti­mento.

Improvvisamente i soldati presero a camminare; non si era sentita alcuna voce, alcun comando, ma si sentì all’improvviso la regolare cadenza dei loro passi in marcia. Si fermarono presto; sembrava, dal punto dove eravamo non si vedeva bene, subito dopo l’uscita dalla piazza. Così infatti dissero in seguito. Capimmo poi, dallo svolgersi degli avvenimenti, che si erano fermati nel mezzo della strada di ingresso alla Città, che è fiancheggiata per un certo tratto da una doppia fila di platani, alti e frondosi, che formano due viali, paralleli e simmetrici, pieni di ombra e di canti di uccelli. Subito dopo uscirono dalla casa, di fronte ai viali e ai soldati schierati, alcuni uomini in abiti borghesi, con lunghi soprabiti neri; venivano avanti frettolosi e con aria da comandanti.

Era l’inizio dell’alba; il cielo aveva tante piccole nubi bianche, ovaliformi, in mezzo all’azzurro. Il fresco dell’aria lo faceva come di vetro. Il primo sole illuminava, senza toccarla, la piccola casa rossa, con i mattoni a vista e la rendeva ora di un colore quasi giallo. La visione sembrava lo scenario di uno spettacolo; con quelle piccole nubi alte, così bianche, immobili, i tronchi dei platani quasi di marmo, le foglie ferme, tutto sembrava lo sfondo di una scena o di un quadro.

In quel momento uscirono dalla casa alcuni uomini legati, cinque, affiancati da pochi altri soldati che avevano le armi imbracciate. Venivano in silenzio verso la strada, i viali e i soldati già allineati. Calpestavano la terra, l’erba con imprecisione, come mal sicuri sulle gambe. Non avevano il cappotto, alcuni erano senza giacca; veniva­no avanti con le braccia dietro la schiena. Camminavano vicini e raggruppati, come le bestie che vanno al macello e sentono o addirit­tura sanno di andarci; tre erano avanti, due dietro. Erano tutti giovani; sembrava avessero poco più di vent’anni. Arrivati vicino ai soldati, li fecero andare nel viale di destra, tra le due file di platani; il primo lo fermarono, con brutalità, davanti ad un albero al quale era appoggiata una piccola scala a pioli e dal quale scendeva un capestro; gli dissero di voltarsi verso i soldati e l’uomo ubbidì come un agnello. Il secondo lo fermarono all’altezza dell’albero seguente; gli altri tre si fermarono davanti al loro albero, senza che nessuno lo avesse loro indicato; si fermarono davanti agli alberi che avevano un capestro. Guardavano verso i soldati; i loro volti erano sporchi ed emaciati, da giorni; erano sporchi i loro visi, le loro mani, gli abiti senza più forma. Con i loro occhi stanchi guardavano i soldati stranieri; i soldati li guardavano senza odio e senza compassione, indifferenti. Il silenzio era inverosimile, immenso.

Un ufficiale fece un urlo; un latrato, con una voce alta ed acuta in mezzo al silenzio. Allora dal gruppo degli uomini in borghese si staccò un uomo, alto, lento e massiccio. Si portò vicino all’albero al quale era appoggiata la scala e di fianco all’uomo che guardava i soldati. Lo fece salire, sempre con le mani legate alla schiena e lo impiccò; gli infilò il capo nel capestro e lo spinse fuori dagli scalini. Lentamente appoggiò la scala al secondo albero e fece la stessa cosa con il secondo; l’uomo del terzo albero appoggiò le ginocchia ad un piolo, voltò la testa verso i soldati e disse loro qualche parola, che nessuno capì; la sua voce non giunse all’orecchio delle persone o fu interrotta dalla spinta del boia. Il quarto urlò qualcosa; il quinto non fece nulla, non disse nulla, come i primi due. Impiccato il quinto, il boia si allontanò, torpido e silenzioso, con la lentezza di un crostaceo; aveva gesti lenti da minorato; questa era l’idea che davano i suoi movimenti e il suo aspetto esteriore. Era la prima volta che la gente veniva impiccata così.

Subito se ne andarono tutti, meno due soldati. Andarono via subito ed in fretta, e in silenzio, vergognosi forse di essere vivi e così vili. Alcune persone, che, inconsapevoli, erano state fermate lungo la strada dai soldati, si allontanarono poco dopo, vicine e silenziose e senza guardarsi. In fretta, per abbandonare al più presto quel posto, quel viale, quell’orrore indescrivibile. Eppure qualcuno, quando fu vicino alla chiesa, si voltò, ebbe il bisogno di voltarsi; rivide con raccapriccio, con orrore, i cinque impiccati, appesi ai loro platani, che dondolavano un poco; nella distanza sembravano fagotti di stracci o soprabiti vecchi, attaccati a dei ganci.

A metà mattino si fece nuvolo e quasi subito cominciò a piovere. Era una pioggia sottile ed insistente, che segnava l’autunno. Bagnò presto la terra, intrise la terra e in poco tempo formò delle larghe pozzanghere. Era fredda, come certe piogge di primo autunno che hanno nelle gocce l’inverno; cadeva ininterrotta, inframmezzata da brevi acquazzoni e allora da dentro la si sentiva battente. I cinque morti erano appesi alle loro corde, nell’aria; la pioggia li bagnava, lavava i loro visi, la bava delle loro labbra, colava dai loro capelli sul viso, dentro la camicia sul petto. Erano bagnati di pioggia, come i sassi, le tegole delle case, le prime foglie gialle del viale.

Quando la pioggia crebbe d’intensità e divenne quasi bufera apparve nel viale, deserto e quasi trasparente, una donna, anziana ma non vecchia, di circa quaranta, cinquant’anni, con il fazzoletto nero delle contadine in testa e il vestito scuro da lutto; aveva in mano un ombrello ma non si proteggeva dall’acqua. Era la madre di uno degli impiccati; nessuno aveva avuto il coraggio di fermarla o di dirle qualcosa. Era sola, dritta, il viso bagnato dalla pioggia ma senza lacrime. Ma, senza sembrare, senza che si sentisse, urlava; come nei secoli avevano urlato le madri degli impiccati, dei crocefissi, degli assassinati. “Figlio, figlio amorosissimo, figlio torturato, figlio amatissimo, così trucidato”. Si fermò davanti al primo dei morti e con un fazzoletto gli asciugò il viso; con dei fazzoletti asciugò il viso degli altri, quanto potè, chiuse la camicia nel collo martoriato e la giacca, riordinò i capelli. Per ultimo, si fermò davanti al cadavere del figlio; gli riassettò i neri capelli, gli asciugò il dolce viso dolente, gli pulì la giovane bocca, che pur in vita aveva sorriso; chiese perdono ali altri, aprì l’ombrello e gli si mise accanto, per proteggerlo dalla pioggia che lo colpiva, come quando era bambino e insieme camminavano con un solo paracqua, perché non si bagnasse e non prendesse del male. Rimase immobile e muta, pregando nell’anima, per più di due ore, fin che la pioggia cessò o si calmò, fin che non la vennero a prendere, a portar via, dolcemente, a casa, fradicia e attonita.

Alla sera, le sentinelle furono ritirate e, in attesa che venissero i parenti, gli impiccati rimasero da soli. Quando furono veramente soli, uno di essi cominciò a parlare; sembrava, e forse così era davvero, che parlasse a se stesso; diceva: “Dio, come mi sento leggero, e cheto, non sospeso a questo cappio, ma librato nell’aria, sospeso nell’aria, come certi tronchi nei fiumi, che vanno nell’acqua a mezz’acqua. Come ho fatto presto a vivere”. Disse poi, rivolto a quello, che aveva accanto, che era stato frustato: “Che viso gonfio che hai, sembri un fantoccio, una grande marionetta, imbottita di stracci, con le braccia legate, sospesa, senza simmetria, per il collo, s’intende, ad un ramo di cielo. Sei stato dimenticato dal tuo burattinaio appeso ad un chiodo del cielo”. L’altro rispose: “Sono buffo davvero; la Morte mi ha messo sul viso una maschera, buffa e crudele: quasi senza naso, un occhio aperto ed uno chiuso, senza pezzi di guancia, un viso non mio, di stoffa vecchia ed ammaccata, e il resto di stracci; in teatro sarei una Maschera nuova. Pensa se mi vedesse mia ma­dre!”. Disse il terzo, che dondolava nel vento: “Quando morii, io non capii, non sentii nulla; non sentii neanche spezzarsi il cuore di mia madre, sicché mi fu facile morire. Forse è stato perché non fui un bravo figliolo. Come mi strazia ora questo pensiero, fratelli!”. E il quarto, che si era spezzato la colonna cervicale saltando nel vuoto: “Io ho solo vent’anni; non so se avrei avuto fantasia, quanta poesia nella vita; se avrei avuto felicità; sono morto senza esperienze. Ora l’acqua lava i miei occhi non chiusi, l’acqua lava la mia bocca gonfiata, questa mia lingua che sporge. A chi faccio sberleffo? Un passero mi ha guardato e subito è volato via inorridito. Non ho ancora la confidenza dei passeri”. Poi parlò l’altro; anche questi era giovane e disse: “Vedete, amici, anch’io ora non ho in mente che il mio destino. Tutto noi abbiamo perduto, tutto quello che era nel nostro diritto, che ci aspettava, che sarebbero stato nostro, e bellissi­mo: nostro padre, nostra madre, i fratelli, gli amici, le donne, i cibi, gli oggetti, noi stessi. Io non avrei voluto morire così, non ho amato nessuna; non avevo fatto ancora nulla”.

Tacquero i morti e forse pensavano che la più profonda angoscia di quando eran vivi non era stata per sé ma per gli altri. Ora avevano perso il godere dei boschi, del verde disuguale dei boschi o dei campi o dell’azzurro dei monti lontani e del cielo o la visione delle piccole gemme che spuntano da rami che sembrano secchie diventano foglie e fiori e poi frutti, dei boccioli che diventano fiori, delle acque che scorrono e cantano, dei pesci veloci ed attenti che vi guizzano, del canto vario ed infinito degli uccelli o dei voli o dei colori delle farfalle, del viso delle persone amate e del suono indimenticabile dello loro voci, delle carezze e degli sguardi dei bimbi, delle pitture, dei quadri, dei ponti, delle opere e dei suoni degli artisti, che pure sono opera della volontà di Dio. Questo sentimento di perdita e di distacco era un sentimento da vivi, di quando erano vivi; ma il non aver fatto ciò che era da fare, il non aver concluso una cosa rimandata, messa in disparte, giorno per giorno, che nessun altro poteva fare o pensare, e che ora non si farà, questa era la loro nuova angoscia, sempre più leggera e imprecisa e sfumante.

Cose comuni come queste pensavano in silenzio, dondolando; pensavano anche a tutti gli altri che erano morti, dei quali avevano sentito parlare o che avevano visto, a quelli che avevano temuto fossero presi e a quelli che ora sapevano che sarebbero morti. Freddati, legati allo schienale di una seggiola, o al palo o lungo la sponda di un fosso in campagna e lasciati riversi perché fossero visti, o esposti ai ganci di una beccheria. E avevano compassione di tanti infelici.

Dolcemente e quasi con un senso di giustificazione disse uno di loro: “Non sono retorica i calci, i pugni, gli insulti, i tormenti, le morti che subiranno. Non sono stati retorica i calci, le frustate, le morti, che abbiamo subito”. Poi tacque e allora anche i pensieri degli altri divennero da morti, non più immaginabili dai vivi, da nessuno dei vivi.

Questo fu il giorno degli Impiccati. Alla notte ricominciò a piove­re, con un vento gelido e rabbioso. I morti non erano stati levati, per terrorismo psicologico o chissà per quale nuovo impedimento; da dove eravamo sembrava di sentirli battere contro i loro platani. Come batocchi di campane; battevano come una campana a martello e i loro rintocchi si sentivano e si spandevano terribili nell’aria, per tutte le campagne e i monti e le valli.

L’albero

Stasera, dal cielo

non verranno a posarsi gli uccelli.

Né il passero tornerà al suo ramo,

né il verdone, né il pettirosso.

Senza cinguettìi e fruscii di ali

sarai solo sulla tua forca

appeso al ramo più grosso;

tu e l’albero,

abitato dalla tua morte.

Autore Vilmo Cappi

Tratto da : Caleidoscopio Letterario – La morte dei poeti ed altre fantasie

Anno 1994

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