Remo Rinaldi – L’Asilo e il Leone
L’ASILO E IL LEONE
Io e mio fratello andavamo a l’esìlo dalle suore, quello a fianco delle scuole Elementari, sul viale della Libertà. Eravamo parecchi, tra maschi e femmine quasi un centinaio, con due sole suore, più l’Oriele e un’altra, che dovevano pure preparare il pranzo. Una scodella d’alluminio colma di pasta e fagioli, un panino, un po’ di marmellata o un formaggino. Tra noi bimbi, c’era Franco Panzani, detto più tardi Bidùla, d’una vivacità incontenibile, tanto che le suore dovettero dimetterlo. C’era Alberto Mantovani, diventato famoso come tromba solista nell’orchestra del Comunale di Bologna, docente al Conservatorio, musicologo. Nel venerdì Santo, la suora ci leggeva il racconto della passione. Eravamo commossi e qualcuno piangeva. L’Oriele chiese a uno perché piangesse.
“Perché hanno messo i chiodi nelle mani del Signore”.
“Chi è stato?”.
“La sòra!”.
E così furono riabilitati il Sinedrio e Ponzio Pilato. Durante l’inverno morì la madre superiora. Tutti noi bimbi dell’asilo, in fila, seguimmo il funerale. Mia cugina Maria tornò a casa intirizzita, con le mani e i piedi indolenziti dal gelo. Piagnucolava: “Se la superiora la fa incòra acsè, an vag più al so funeràl!”.
La domenica, andavamo alla messa delle dieci nella Chiesa del Gesù, con la nonna Anna. Nella stagione fredda indossava un cappotto lungo sino ai piedi, un collo di pelliccia nera che terminava con una testa di volpe con gli occhi di vetro. Calzava guanti di pelle nera un po’ sciupati. Durante l’estate, apriva un grande ventaglio nero, agitato lentamente sotto il mento. A casa, però, si faceva vento con un pezzo di cartone. Leggeva preghiere da un libretto di molte pagine, ricoperto di velluto nero, intitolato: “Massime eterne”. Mio fratello Paolo, udendo tanta gente cantare, si sentì autorizzato pure lui a dimostrare le sue doti canore, e i fedeli udirono una voce infantile intonare con decisione:
Faccetta nera, bell’abissina,
aspetta e spera che già l’ora s’avvicina,
quando saremo aMaccalè…”.
Nel 1935 o giù di lì, dopo la conquista dell’impero, mio padre era andato in Eritrea a far fortuna, come operaio nelle ferrovie dell’Asmara.
Ritornato in patria, forse nel 1937, il gruzzoletto sfumò nel giro di un anno o due. I racconti africani di papà ci incantavano. Circolavano due versioni della caccia al leone: quella di mio padre e quella di Spartaco, fratello di Irio. Mio padre preparò una grande tagliere di legno con due larghe corregge di cuoio come fosse uno scudo da combattimento. Quando il leone gli balzò addosso, papà lo parò con il tagliere in cui il leone affondò gli unghioni, ribaditi rapidamente col martello, e il leone restò immobilizzato, e poi finito comodamente.
Spartaco, invece, più spavaldo, quando il leone gli balzò addosso con le fauci spalancate, gli affondò il pugno nella gola, facendolo uscire dal deretano, gli afferrò la coda, la tirò fulmineo verso di sé rivoltando il leone come un calzino. Noi si rideva, con qualche brivido per la schiena, perché nelle campagne di Mirandola, per fortuna, non c’erano i leoni e noi, di felini, conoscevamo solo i gatti che non erano feroci, a parte il parere dei topi.
Tratto da: Via Montanari e Dintorni – Ricordi di un mirandolese invecchiato in esilio.
Autore: Remo Rinaldi
Anno 2016
Tipografia E.Lui