Bruno Andreolli – Il paesaggio della Bassa Pianura Modenese: un profilo storico
1. Concetti di base
Alla base di questo intervento vi sono due concetti fondamentali:
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Il territorio è sempre modificato dall’uomo: nei territori antropizzati non esiste un ambiente completamente naturale. Dalla presenza dell’uomo in poi, il territorio viene modificato: i cambiamenti possono essere lenti e quasi impercettibili oppure rapidi, ma la trasformazione è costante. Come sottolineava Emilio Sereni citando Leopardi nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, gran parte di ciò che chiamiamo “naturale” è in realtà artificiale.
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La varietà dei paesaggi: anche in aree ristrette non esiste un’uniformità assoluta. Al contrario, si incontrano realtà diverse anche a poca distanza. Nel territorio mirandolese, ad esempio, il paesaggio uniforme delle valli si contrappone a quello più vario delle campagne alberate. Nonostante i processi di omologazione agricola moderna, saltano agli occhi le differenze tra gli assetti di San Martino Spino e Gavello e quelli più mossi di Concordia e San Possidonio. Come osserva il Gribaudi, la Pianura Padana offre una gamma di paesaggi assai varia anche in spazi limitati. Di conseguenza, nella lunga evoluzione storica non si può parlare di un unico paesaggio, ma di molteplici paesaggi legati alle strutture economiche e culturali di ogni epoca.
Il bosco e la palude dell’Alto Medioevo, ad esempio, non erano solo il risultato di fattori climatici e politici, ma rispondevano a una precisa scelta economica basata sull’economia silvopastorale (allevamento brado, caccia, pesca e raccolta). Allo stesso modo, il paesaggio della “piantata” rispondeva alle esigenze di una ristrutturazione fondiaria che univa produzione agricola e allevamento.
La trasformazione della società è quindi il motore del cambiamento paesaggistico. Questo non significa che tutti i sistemi ambientali siano uguali: quello attuale, basato sull’estrema ottimizzazione delle rese, risulta ecologicamente e socialmente più debole rispetto al passato.
2. Panoramica storica
Per comprendere appieno l’evoluzione del territorio, è necessario ripercorrerne le tappe fondamentali, partendo dalla preistoria.
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Il Mesolitico (8000 – 6500 a.C.): la bassa pianura era un’area fortemente impaludata, dominata da alberi imponenti (farnie, ontani, tigli, olmi) con il fusto immerso nell’acqua. La fauna era ricchissima (orsi, lupi, linci, uri, cervi, castori e numerosissimi volatili). Per l’uomo del tempo, bosco e palude rappresentavano una riserva immensa, ma anche una fonte di costante insicurezza e paura.
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Il Neolitico (6500 – 2500 a.C.): spinto dal bisogno di sicurezza, l’uomo compie il passaggio verso l’agricoltura e l’allevamento (comparsa di pecore, buoi e maiali). Nascono i primi insediamenti palafitticoli e le terramare: è l’inizio della domesticazione della natura.
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La colonizzazione romana: con i Romani l’agricoltura diventa sistematica e organizzata, come dimostrano le tracce della centuriazione e i toponimi locali (Quarantola, Nonantola, Quingentole). La pianura viene descritta da Tacito come “floridissima per città e campagne”. Le esigenze militari e urbane riducono drasticamente il manto forestale, introducendo per la prima volta una netta contrapposizione culturale tra aree coltivate e incolto.
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L’Alto Medioevo e la “reazione selvosa”: con il declino delle città e i mutamenti climatici, le foreste tornano ad espandersi, favorite anche dalle popolazioni germaniche dedite alla caccia. È l’epoca in cui lungo il Po abbondano gli abeti, si allevano maiali nutriti a ghiande e si cacciano cervi e cinghiali. Nonostante la diffusione della malaria e delle paludi, i corsi d’acqua offrivano una quantità straordinaria di pesce, consumato in grandi quantità anche per via dei rigidi obblighi di magro imposti dalla Chiesa.
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Il Basso Medioevo e le bonifiche: attorno all’Anno Mille, con la crescita demografica, il sistema bosco-palude inizia a ridimensionarsi. Le bonifiche vengono avviate dai monasteri (come San Benedetto Polirone), dai Comuni (Modena) e dalle grandi Signorie (Estensi, Gonzaga, Bentivoglio). Molti boschi però resistono grazie alla tutela delle comunità rurali e dei nobili (riserve di caccia), garantendo la sopravvivenza di specie come il lupo, che nel Mirandolese rimase una minaccia ricorrente fino al Settecento.
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Il paesaggio della “piantata”: in questo contesto di espansione agricola nasce la piantata padana, dove l’albero (acero, salice, poi gelso e olmo) diventa il tutore della vite e fornisce risorse utili alla vita contadina. La piantata domina il paesaggio della Bassa per circa cinque secoli, dal Quattrocento all’Ottocento, prima di essere travolta all’inizio del Novecento dalla malattia dell’olmo e dalle esigenze di un’agricoltura estensiva e meccanizzata.
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L’epoca contemporanea: la storia recente vede il trionfo della pianura aperta e cerealicola, pensata per agevolare il lavoro delle macchine. Il bosco si riduce a frammenti o a pioppeti industriali omogenei. Questo mutamento ha modificato il microclima locale (calure estive più intense, maggiore ventosità) e fatto scomparire specie tipiche, come la spugnola.
3. Riflessioni conclusive
Dall’indagine storica emergono tre insegnamenti fondamentali per il presente:
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Il senso di comunità: le società del passato, dovendo affrontare insieme le difficoltà della natura, avevano un forte senso collettivo. Oggi, al contrario, tendiamo a perdere questa coesione, delegando i problemi alla collettività e manifestando spesso un minor rispetto per i beni pubblici rispetto ad altre realtà europee.
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Tutela e produzione: nel passato la tutela dell’ambiente non era separata dalla produzione economica. Oggi il sistema produttivo deve reimparare a considerare l’ecologia non come un elemento accessorio, ma come parte integrante dello sfruttamento sostenibile – e non del saccheggio – della natura.
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Manutenzione ordinaria vs eventi straordinari: mentre la cultura odierna è preparata a gestire l’evento catastrofico (spesso cercando l’impatto emotivo), trascura la manutenzione quotidiana del territorio. La diminuzione della popolazione rurale stabile ha portato all’abbandono di canali, fossati, siepi e fabbricati rurali. Per una tutela efficace non bastano aiuti economici d’emergenza, ma serve un ritorno a una vita rurale vissuta e modernamente intesa, per evitare che la campagna si trasformi unicamente in un museo spettrale.
Tratto e adattato da: “Quaderni della Bassa Modenese” N° 19, Anno 1991

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