C’era una volta…. Le caramelle cotte con il ditale.

LE CARAMELLE COL DITALE
Nella cucina fumosa dove l’aria era grassa di odori degli alimenti e persino le pareti ne erano pregne, la sera noi bambini aspettavamo il piccolo premio per finire la giornata.
Stanchi, per le corse nei prati, i compiti fatti in fretta per seguire il nonno, prima delle preghiere della sera e prima di andare a letto, ci adunavamo vicino alla nonna che già sapeva, mentre noi chiedevamo solo con gli occhi il gioco diventato un rito.
Eravamo in quattro d’età tra i 4 e gli otto anni, a scalare; la piacevolezza del gioco era che ognuno di noi preparava la propria caramella. La nonna preparava una terrina con la farina che poteva bastare, e ci guardava negli occhi, a controllare la nostra sonno e ne metteva un po’ di più o un po’ di meno ogni sera, poi distribuiva ad ognuno di noi un ditale, di ottone, come quelli che aveva nel cestìno del cucito, ma questi ormai servivano solo a produrre caramelle di farina di castagne.
Iniziava la gara mangereccia: chi riempìva più in fretta il ditale di farina, avrebbe mangiato più caramelle. Io spesso lasciavo vincere Franco, mio cugino vivace per farlo andare a letto felice.
Funzionava così: affondavamo il ditale nella terrina per riempirlo, poi lo si premeva con il dito indice, poi si aggiungeva altra farina, sempre premendo e, a ditale ben compresso lo si passava alla nonna che lo appoggiava sul piano della stufa “economica” ancora calda. Assegnava ad ognuno un posto fisso e stava ben attenta a non sbagliare: noi stavamo attentissimi e la incitavamo dicendo: il mio è cotto”.
Dopo pochi minuti, la nonna con le pinze prendeva il ditale e con un colpetto lo capovolgeva sul piano della “pistarola” dove abitualmente faceva la “battuta del soffritto”. Il ditale aveva rilasciato la sua forma a cono: un dolcetto consistente, gustoso, una chicca per chi non aveva le caramelle della bottega. Ci si accontentava di quelle bontà. In bocca la farina tiepida e dolce legava la lingua.
Il ditale vuoto era da riempire di nuovo… come più avanti nel tempo facevano le mie figlie in riva al mare con i secchielli di sabbia: un’altra storia. E si continuava fino a che la terrina della nonna era vuota.
Tratto da: I racconti della Rezdora
Autrice: Ilde Rosati

