Dai ricordi di Livio Bonfatti – Curiosità. Due oggetti scomparsi dalla vita quotidiana, verso il finire degli anni ’50 del ‘900.   “La špartora” e “al baròzz da scròcch col sò sarvitòr”

Dai ricordi di Livio Bonfatti – Curiosità. Due oggetti scomparsi dalla vita quotidiana, verso il finire degli anni ’50 del ‘900. “La špartora” e “al baròzz da scròcch col sò sarvitòr”

26 Giugno 2026 0

Curiosità. Due oggetti scomparsi dalla vita quotidiana, verso il finire degli anni ’50 del ‘900.

 “la špartora” e “al baròzz da scròcch col sò sarvitòr

Di recente mi è capitato di leggere un interessante articolo, comparso su Al Barnardon in data 21 aprile 2026, a firma di Roberta Paltrinieri, che alla voce Perle di cultura, trattava de’ Il mobile emiliano: dall’arredo delle Corti Padane all’artigianato della Basse Modenese. Per la verità non conosco la materia dell’arredamento nei secoli passati, descritto dalla professoressa, però sono stato attirato dalla figura esposta in “copertina” e relativa alla madia.

Riporto di seguito la descrizione di questo oggetto, classificato come: “…Il centro di questo mondo [la pragmatica sapienza contadina], che fondeva la solidità modenese e le severe linee del Quattrocento ferrarese. La madia rappresentava il manufatto che meglio incarnava l’anima della Bassa modenese, un mobile che non era solo arredo, ma un vero strumento di lavoro legato al ritmo quotidiano del pane e della sfoglia. Nelle case coloniche era il punto nevralgico della cucina, spesso posizionata vicino al camino o alla stufa per sfruttare il calore necessario alla lievitazione. Costruita in pioppo per essere leggera, ma robusta, si riconosceva per la sua linea svasata a vasca. Il coperchio, liscio e pesante, era ribaltabile e fungeva da banco di lavoro: una volta aperto rivelava la vasca interna a forma svasata, più stretta sul fondo, per facilitare la raccolta della farina e l’impasto manuale. Spesso la madia poggiava su una base chiusa da sportelli o cassetti, dove venivano riposti i sacchi di farina, il sale e gli strofinacci di canapa grezza tipici della zona.”.

Ho voluto riportare per esteso la descrizione della madia, fatta dall’autrice dell’articolo, perché non si sarebbe potuto meglio illustrare il mobile e il suo uso. La mia infanzia è trascorsa con la madia presente in cucina e quindi ritengo opportuno aggiungere qualche particolare in più, sempre con l’intento di far conoscere la sua funzione e del perché, verso la fine degli anni ’50, questo mobile è scomparso dalla nostra vita quotidiana. Ricordo bene quando mio madre mi mandava a prendere al granadlìň in la špartora e mio padre mi mandava nello stesso luogo a tôr al sâl che a gh’è in la mèša. Quello che non mi era chiaro, perché l’una chiamasse la madia, špartora [dove si tagliava-spartiva il pane] e l’altro chiamasse lo stesso mobile mèša [mobile diviso a metà]. Ora mi spiego questa differenza dovuta, probabilmente, al fatto che mia madre, originaria della Picca, avesse conservato un po’ del dialetto sanfeliciano. Ma quand’è che la madia è scomparsa dalle nostre cucine della Bassa? È successo, già alla metà degli anni ’50, che le giovani donne delle case, presenti nelle aree agricole del mirandolese, preferissero svolgere il lavoro di magliaie a domicilio, anziché lavorare nei campi o “attendere” ai lavori domestici, abitualmente affidati a donne anziane o alla rašdôra di casa. In questo modo le donne non avevano più il tempo o voglia di tirare la sfoglia, tanto si poteva acquistare la pasta nel negozio di generi alimentari. In cucina il luogo destinato alla madia venne occupato dalla macchina per maglieria, sancendo così la fine di un’epoca.

Ancora nel corso degli anni ’50 era possibile vedere, sotto la “barchessa” o appoggiato allo stallino dal sumàrìñ, un carro agricolo con ruote grandi e con le stanghe all’ aria, ma pronto ad essere usato per ogni genere di trasporto che la vita contadina rendeva necessario. Poteva trasportare sacchi di grano al mulino, bidoni del latte al caseificio, andare a prendere, con una damigiana, l’acqua potabile alla fontanella pubblica. Quindi si trattava di un mezzo di trasporto molto versatile ed  indispensabile nella vita quotidiana dell’agricoltore e della sua famiglia. In questo senso però prevaleva nei vari trasporti ad uso agricolo, non essendo arrivata ancora l’epoca dei trattori. D’altra parte bastava attaccare il sumàrìñ alle stanghe ed era subito pronto per il lavoro. Gli agricoltori stessi apportavano poi modifiche al baròzz per renderlo sempre più adatto ai vari tipi di trasporti. Vorrei qui ricordarne due, di questi adattamenti, che poi sono diventati comuni in tanti carri,  qualificando meglio la loro specifica denominazione. Al baròzz da scròcch si riferiva ad un mezzo di trasporto, con cassone ribaltabile, mediante un congegno di sgancio costituito da una semplice marlètta o di un apposito catenacciolo. O in altri baròzz si notava un affusolato stanghètt che penzolava posteriormente e questo era il sarvitór, perchè quando il carro si fermava per una sosta, il peso delle cose trasportate gravava sul sarvitór e non sulla schiena del povero somarello, che doveva stare fermo, quasi immobile. Con la motorizzazione agricola dei primi anni ’60 si è giunti alla fine del trasporto con i baròzz e degli animali, asini, cavalli e buoi, che li trainavano.

Livio Bonfatti

Livio Bonfatti, mirandolese di nascita (1947), ha conseguito il diploma di geometra nel 1968. Ha svolto l’attività lavorativa presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Mirandola. Dal 1985 al 1988 ha collaborato alle iniziative editoriali della casa editrice “Al Barnardon” mediante articoli e con impegni redazionali. Dal 1988 è socio della Associazione culturale Gruppo Studi Bassa Modenese e partecipa attivamente alla elaborazione di progetti editoriali. Contemporaneamente pubblica numerosi articoli sulla Rivista semestrale dell’ Associazione. Gli argomenti trattati spaziano dalla idrografia antica, alla geomorfologia storica, ovvero mettendo a fuoco quella che definiamo la “storia del paesaggio”, accompagnata da una puntuale ricerca archivistica. Il territorio preso in esame è quella parte di Pianura Padana  che si distende dalla via Emilia sino al Po.

Principali pubblicazioni.

  1. Bonfatti, Mirandola sulla Secchia, in La Sgambada , 5ª edizione, Mirandola 1985.
  2. Calzolari- L. Bonfatti, Il Castello di Mirandola dagli inizi del Settecento alla fine dell’Ottocento: “descrizioni”, documentazione cartografica e trasformazioni planimetriche, in Il Castello dei Pico. Contributi allo studio delle trasformazioni del Castello di Mirandola dal XIV al XIX secolo, Mirandola 2005.
  3. Bonfatti, Manfredo del Fante. La Bassa Modenese sul finire del XII secolo, vista attraverso le vicende di un cavaliere medievale, «QBMo», 70 (2017).
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