Livio Bonfatti – Un usignolo di strada – Il fischio come comunicazione pubblicitaria
Un “usignolo” di strada.
Terminato il Festival di Sanremo, edizione 2026, si tirano, quindi, le somme di ascolti e dell’entusiasmo generato nei telespettatori, dalla “mèsse” di canzoni e cantanti.
Vista la mia età non appartengo a quei “fan” che hanno seguito, ogni sera, la manifestazione, bensì mi sono limitato a sbirciare, ogni tanto, i protagonisti delle varie serate. Ne ho concluso che i testi delle canzoni, per quanto validi, sono stati “soverchiati” dall’ interesse verso gli abbigliamenti dei vari protagonisti e dalla “spettacolarità” dei personaggi, cantanti e presentatori. Rimane perciò sminuito l’interesse per le parole e musica, che un festival della canzone italiana dovrebbe sollecitare, in particolare per i giovani, che sono i veri fruitori della diffusione canora. Tuttavia, temo, che la nostra società abituata a “consumare” ogni cosa nel breve tempo, “bruci” anche le canzoni del Festival, per cui non ne rimane segno del valore intrinseco che il testo di una “canzonetta” può rappresentare. Sono vecchio! E quindi, mi posso permettere di ricordare lo “spirito” che aleggiava nel Festival di Sanremo ai primordi, ovvero nelle prime edizioni della contesa canora, iniziatesi nel lontano 1951.
Per comprendere lo spirito prevalente nelle edizioni successiva al ’51 occorre in primo luogo ricordare che la manifestazione canora aveva anche una seconda denominazione, ovvero “Festival della canzone italiana”, questo per significare che era proprio il testo delle “canzonette” il centro dell’interesse e l’oggetto delle selezioni e della votazione finale.
Ma come viveva la popolazione italiana, reduce dei patimenti subiti nel corso della Seconda guerra mondiale? Non pretendo, nelle prossime righe, cogliere la variegata situazione e il disagio nel tenore di vita di tutti gli italiani, in quei primi anni del dopoguerra, pertanto mi limiterò a ricordare come io ho vissuto quel periodo, in un mondo contadino, che si sfalderà verso la fine di quel decennio. Solo col “boom” economico degli anni ’60 sarà poi possibile, assieme alla diffusione della televisione italiana, cogliere nel Festival di Sanremo non solo una gara di “canzonette”, ma anche un fenomeno di costume nella diffusione della musica leggera.
Gli anni ’50 li ho vissuti a Crocicchio Zeni, nucleo abitato della frazione di San Giacomo Roncole ed in particolare in una piccola corte agricola posta in via Dosso n 18, nel tratto di strada fra la Provinciale per Cavezzo – “caseificio del Palazzetto” – e l’incrocio con la via Serafina. La corte era abitata da tre famiglie, di cui due costituite da braccianti agricoli e dalla famiglia dell’agricoltore, coltivatore del piccolo fondo rurale. Oltre l’ubicazione mi preme descrivere anche le condizioni di vita degli abitanti della corte. Anzitutto la via Dosso non era asfaltata e lo stato del manto stradale, in ghiaino e polvere di sasso, provocava “nuvoloni” di polvere, al passaggio dei pochi autoveicoli, allora circolanti lungo la via. Per ripararsi dal disagio di tale inconveniente, la strada era bordeggiata, sul lato dei campi agricoli, da alte siepi arbustive. Tutto questo anche per descrivervi un gioco che io organizzavo, assieme a Liliana, allora mia unica compagna di “avventure”. Il gioco consisteva nel mettere a lato strada un vecchio portafoglio, legato con una “cordicella”, che veniva coperta dalla polvere del bordo carreggiata. Noi due, nascosti dietro la siepe, aspettavamo l’incauto ciclista, per vedere se si fosse fermato, una volta scorto il portafoglio incustodito. Ed allora rapidamente avremmo tirato la “cordicella”, accompagnando lo scherzo con “chiassose” risate.
Gli alloggi della corte non erano dotati di allacciamenti alla energia elettrica e alla condotta dell’acqua potabile pubblica, per cui la vita degli residenti era regolata da tempi quotidiani simili a quelli del passato. La giornata lavorativa iniziava al sorgere del sole e terminava con lo “scuro” della sera. Il buio della notte veniva rotto da lucerne a petrolio, appese al soffitto della cucina, mentre il passaggio fra i vari piani era illuminato reggendo in mano un “lucernino”, funzionante sempre a petrolio, che poi veniva appoggiato sul comodino.
Come avremmo potuto ascoltare il Festival di Sanremo da una radio non alimentata dalla rete elettrica? Mio padre trovò la soluzione per questa assillante mancanza. Devo anzitutto dire che Eolo lavorava a Mirandola presso la Carrozzeria Barbi Galileo, ditta costruttrice di corriere di linea e specializzatesi poi in pullman Gran Turismo. Fra i colleghi vi era Villiam Borellini, un radiotecnico, veramente bravo nell’installare radio appunto negli autoveicoli di qualità. Villiam ci consegnò una radio a valvole (marca Argo?) con elegante mobiletto in legno marrone, che mia madre posizionò sul mobile che custodiva la macchina da cucire. Villiam provvide poi ad allacciare l’apparecchio radio ad una batteria, che lui recuperava dai pullman. In questo modo noi potevamo udire i programmi radio nazionali e quindi anche il Festival di Sanremo.
La diffusione delle canzonette del Festival aveva, inoltre, altri mezzi per raggiungere l’abitato di Crocicchio Zeni e le zone agricole vicine. Vi voglio raccontare una strana forma di pubblicità in uso, in un modo del tutto singolare e così sorprendente, che mi ha ispirato il titolo per questa mia storiella. All’epoca a Medolla era attiva una balera all’aperto frequentata dai giovani non solo della cittadina, ma provenienti anche dai centri abitati delle vicinanze. L’Arena Vallechiara, gestita da Lino Speziali, ospitava complessi musicali e cantanti già famosi e conosciuti. Ho avuto occasione anch’io di recarmi con la mia biciclettina a Medolla per ascoltare, dall’esterno della balera, i cantanti che si esibivano nel pomeriggio domenicale od anche, per la verità poche volte, nelle solite serate del mercoledì. Spesso erano artisti che avevano cantato anche a Sanremo od altri, ai primordi, che divennero famosi, successivamente, con esibizioni sanremesi[1]. Ma qual’ era il modo impiegato da Speziali di pubblicizzare gli avvenimenti canori presso le zone agricole che circondavano San Giacomo Roncole e non solo, ma anche verso San Felice s/Panaro? Speziali aveva ingaggiato un personaggio dotato di un fischio melodico ed armonioso, come un vero “usignolo di strada”, che ben si adattava a fischiettare le canzoni allora di moda e in primo luogo i motivetti famosi, tramite appunto il Festival della canzone italiana. Questo signore che il mio amico Rino Sala mi ha suggerito essere stato tale Sisto di San Biagio, percorreva in bicicletta tutte le vie di campagna, fischiando continuamente, per avvertire della sua presenza e del suo passaggio. Io sentivo l’intonatissimo fischio di Sisto già da lontano e quindi mi precipitavo sul passo della corte per aspettare il suo arrivo. A quel punto Sisto mi allungava qualche volantino pubblicitario, che conservava in una “sportona” appesa al manubrio, per le iniziative dell’Arena Vallechiara.
Il fischio di Sisto mi è rimasto impresso nella memoria non solo per le sue caratteristiche musicali, ma anche perché quella società contadina, priva dei “lussi” moderni che noi ora usufruiamo, consentiva ancora di apprezzare un mondo naturale, dove i suoni non erano invadenti od anche opprimenti e il fischio umano accompagnava tanti lavori e attività. Ora nessuno fischia più! Forse perché “non ci è rimasto nemmeno il tempo di fischiare”[2].
[1] Si può vedere una esauriente foto del palco del Vallechiara in: Al Barnardon, Medolla – L’Arena Vallechiara, del 20 settembre 2023.
[2] Vorrei anche ricordare, a proposito dell’abitudine di fischiare, un “motto” che udivo dire dalle donne “anziane” della corte agricola in cui vivevo: «Dòp ai zinchquanta a n’na zifula e a n’na s’ch’anta!». Nel mondo che ho descritto all’età di cinquant’anni la donna riteneva di essere entrata nella vecchiaia e quindi doveva portare il lutto, per familiari scomparsi, indossando abiti scuri.

Livio Bonfatti, mirandolese di nascita (1947), ha conseguito il diploma di geometra nel 1968. Ha svolto l’attività lavorativa presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Mirandola. Dal 1985 al 1988 ha collaborato alle iniziative editoriali della casa editrice “Al Barnardon” mediante articoli e con impegni redazionali. Dal 1988 è socio della Associazione culturale Gruppo Studi Bassa Modenese e partecipa attivamente alla elaborazione di progetti editoriali. Contemporaneamente pubblica numerosi articoli sulla Rivista semestrale dell’ Associazione. Gli argomenti trattati spaziano dalla idrografia antica, alla geomorfologia storica, ovvero mettendo a fuoco quella che definiamo la “storia del paesaggio”, accompagnata da una puntuale ricerca archivistica. Il territorio preso in esame è quella parte di Pianura Padana che si distende dalla via Emilia sino al Po.
Principali pubblicazioni.
- Bonfatti, Mirandola sulla Secchia, in La Sgambada , 5ª edizione, Mirandola 1985.
- Calzolari- L. Bonfatti, Il Castello di Mirandola dagli inizi del Settecento alla fine dell’Ottocento: “descrizioni”, documentazione cartografica e trasformazioni planimetriche, in Il Castello dei Pico. Contributi allo studio delle trasformazioni del Castello di Mirandola dal XIV al XIX secolo, Mirandola 2005.
- Bonfatti, Manfredo del Fante. La Bassa Modenese sul finire del XII secolo, vista attraverso le vicende di un cavaliere medievale, «QBMo», 70 (2017).