Livio Bonfatti – Edilizia cimiteriale nel Comune di Mirandola, a chi può interessare?
I ricordi di Livio Bonfatti – Edilizia cimiteriale in Comune di Mirandola
Mi rendo conto di voler affrontare un argomento che “non interessa a nessuno”, perché pensiamo che la morte riguardi solamente “agli” altri. D’altra parte anche quando “toccherà a noi” si dovranno preoccupare gli altri, presumo i parenti più prossimi. Per cui il pensiero della morte viene ricacciato negli angoli più bui della nostra mente, già impegnata negli assilli quotidiani. Solo ad una certa età la morte diventa più concreta, più vicina all’interessato e poiché anch’io rientro in questa ultima categoria, sento il bisogno di parlarvene, proprio nel rispetto di tutti gli “altri”, operatori funerari, che hanno dovuto preoccuparsi, per lavoro, della morte altrui.
Dirò che nel settore occupato dai predetti operatori regnava una profonda amarezza per il lavoro svolto, in quanto ritenuto non abbastanza apprezzato e certamente non adeguatamente valorizzato dagli amministratori comunali. Il Sindaco era sempre presente all’inaugurazione di una nuova scuola, di un nuovo asse viario, di un capace impianto sportivo, ma si era ben guardato di presenziare un ampliamento di arcate cimiteriali, di un riordino delle aree sepolcrali. Era pertanto una amarezza che aleggiava fra i “beccamòrt” e che trovava riconoscimento in una frase sussurrata, in quanto scurrile, fra di loro: «…numinàr i zimitèrii l’è cum’è dascòrrar ad mè..a, tutt i l’à fa, ma ninsûñ al diš!».
Premesso quanto sopra ora vorrei parlarvi di come, neo assunto in Comune di Mirandola, mi fu affidato, fra altri incarichi, l’onere di curare appunto l’edilizia cimiteriale di competenza dell’Ufficio Tecnico comunale e del perché tale incombenza rimase “sul mio groppone” per una trentina d’anni.
Ho preso servizio, con un contratto trimestrale rinnovabile, presso l’Ufficio Tecnico nel novembre del 1970 e il mio primo pensiero fu di rivolgermi al capoufficio geom. Savino Ascari (1932-2021), che ben conoscevo in quanto abitavamo entrambi in via Giusti e che in un certo qual modo aveva favorito la mia assunzione in quell’ ufficio, dicendo: «Veh! Savino, at sà che questo l’è al mè prim lavor da geometra e che a g’ho poca esperiènza e quindi a tat’ mand at farum far qùèll, che cl’han faga minga far brutta figura!». Mi ricordo ancora, dopo tanti anni, la risposta, alquanto sibillina, di Savino; «Agh pèns mè!». Infatti mi assegnò una scrivania affiancata a quella occupata da un attempato dipendente dell’ufficio e poi mi presentò al signor Ermenegildo Valconi dicendo: «Gildo! Ti affido un nostro collega, appena arrivato, che ha bisogno di un “aiutino” per svolgere il proprio lavoro. Mi raccomando “insegnàg bèň!”». E così conobbi Gildo, dotato di lunga esperienza, lui profugo istriano assegnato a Mirandola, maturata presso l’ufficio tecnico del comune di Pola.
Gildo ritenne che potessi iniziare il mio apprendistato dai lavori che lui, in quel momento seguiva, cioè la costruzione di arcate cimiteriali. Infatti il Comune di Mirandola disponeva di un cimitero nel Capoluogo e di sette cimiteri frazionali. Tutte le aree sepolcrali si collocavano all’esterno dei centri abitati in ossequio all’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone Bonaparte il 12 giugno 1804, ed esteso all’Italia nel 1806. Questa disposizione stabiliva che le tombe fossero poste fuori dalle mura cittadine per motivi igienici e prescriveva che le iscrizioni sulle lapidi fossero uguali per tutti, in nome dell’uguaglianza sociale. Un principio di uguaglianza nella morte, per cui le tombe dovevano essere uniformi, senza eccessi monumentali che sancissero differenze sociali troppo evidenti. Nel contempo il rapporto con la morte veniva sottratto al monopolio ecclesiastico e ricondotto a una dimensione pubblica, civile, regolata dallo Stato.
Nel caso di Mirandola vennero perciò rimossi i cimiteri urbani posti davanti al Duomo, odierna piazza Conciliazione, all’interno della chiesa e convento di San Francesco e così anche per i cimiteri frazionali.
Nella seconda metà del XIX secolo tuttavia emerse la opportunità di provvedere alla costruzione di arcate di loculi, in quanto le aree sepolcrali risultavano insufficienti, mancavano vani da destinare ad ossari comuni, si rendevano necessari vani accessori che potessero ospitare servizi cimiteriali indispensabili quali: una saletta con tavolo per autopsie e vista la lontananza della chiesa parrocchiale, la presenza nel cimitero di una piccola cappella per orazioni funebri.
A partire quindi dal 1870, data che compariva scritta sul timpano della chiesetta del cimitero di Mirandola, iniziò la costruzione di loculi elevati in apposite arcate cimiteriali. Nel susseguirsi degli anni si procedette anche per i cimiteri frazionali. La tipologia edilizia adottata era del tutto simile per Mirandola come per i paesi vicini. Si trattava quindi di una struttura muraria, disposta su più piani e che doveva rispettare, nelle caratteristiche dimensionali, precise norme sanitarie di sicurezza. Le arcate quindi si differenziavano di poco, le colonne potevano essere quadrate o tonde rastremate, i capitelli non seguivano un preciso ordine architettonico, le corniciature di gronda potevano avere o essere prive di fregi o modanature. Si trattava evidentemente di una progettazione semplice, ma che, per la fase esecutiva, risultava simile ad altre opere pubbliche più importanti. La documentazione progettuale era la stessa prevista in altri lavori murari, analogamente procedeva la fase di appalto ed assegnazione lavori.
Qualche difficoltà emergeva nel corso dei lavori per la contabilizzazione delle opere o per eventuali imprevisti. Il tutto rappresentava per me un utile tirocinio per apprendere il mestiere del geometra. Dopo un paio d’anni ritenevo, acquisita la necessaria esperienza, di poter passare ad altri lavori, tuttavia si verificò che Gildo Valconi raggiunse l’età per essere collocato a riposo, il posto resosi vacante fu occupato da un geometra appena diplomato. Il mio caro amico Savino Ascari mi chiamò e mi disse: «Veh Livio! Ho pinsà che t’ha imparà ben al lavor di zimitèrii e quindi an né mia al caš ad cambiàr e mèttar sòtta al geometra nòv!». A questo punto c’era poco da aggiungere! Per tutti gli anni ’70 si procedette alla costruzione di arcate cimiteriali in tutti i cimiteri comunali, in quanto la richiesta di nuovi loculi andava via via aumentando, essendo contemporaneamente ridotta l’opportunità di inumare i defunti nelle aree sepolcrali.
Prevaleva, allora, l’esigenza di predisporre loculi per coniugi, per tombe di famiglia o loculi con concessione cinquantennale. Le scelte progettuali non cambiarono perché le nuove arcate venivano collocate sul perimetro del cimitero storico, senza perciò ridurre lo spazio delle aree per inumazione. In quegli anni l’unico vero problema era rappresentato dagli aspetti finanziari derivanti dal costo che gli interventi edilizi comportavano. Infatti le norme di contabilità del comune costringevano all’utilizzo, per le nuove opere in progetto, delle sole somme derivanti dalle concessioni cimiteriali. Questa impellente limitazione costringeva a costruire poche arcate, nei vari cimiteri, decisamente insufficienti a rendere disponibili loculi per il reale fabbisogno. Quindi dovemmo affrontare casi di vedove, piangenti, che non avevano potuto collocare il coniuge defunto in un loculo definitivo o familiari, disperati, che non potevano disporre di un loculo adeguato alle esigenze parentali. Per tutti gli anni ’80, sino alla fine del secolo, si procedette all’ampliamento delle aree cimiteriali.
Quindi a partire dal cimitero di Mirandola e a seguire per quello di San Martino Spino, Mortizzuolo, Quarantoli, Cividale, San Giacomo Roncole e Gavello, furono acquisite, ove necessario, nuove aree in contiguità al cimitero storico, per progettare una nuova struttura cimiteriale, adottando moderni criteri edilizi, senza più sottostare al modello architettonico, in uso a fine ‘800. La costruzione delle nuove arcate prevedeva l’impiego del cemento armato, riducendo così gli spessori previsti dalle norme sanitarie vigenti e quindi aumentando sensibilmente il numero dei loculi disponibili. Col mio collocamento a riposo, i progetti allora in elaborazione, cioè un ulteriore ampliamento del cimitero di Mirandola e la nuova costruzione di loculi per quello di Tramuschio, furono affidati ad altro mio collega dell’Ufficio. Ora che mi reco nei cimiteri in qualità di “visitatore”, noto che, negli ultimi vent’anni, si è, a poco a poco, consolidata l’opportunità di procedere alla cremazione delle salme dei defunti o di resti mortali. Costituisce indubbiamente una importante novità che induce a rivedere i piani regolatori cimiteriali e il regolamento di polizia mortuaria, al fine di ridurre, sensibilmente, il fabbisogno di loculi ed ossari comuni.
Foto: Cappella cimiteriale di Cividale

Livio Bonfatti, mirandolese di nascita (1947), ha conseguito il diploma di geometra nel 1968. Ha svolto l’attività lavorativa presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Mirandola. Dal 1985 al 1988 ha collaborato alle iniziative editoriali della casa editrice “Al Barnardon” mediante articoli e con impegni redazionali. Dal 1988 è socio della Associazione culturale Gruppo Studi Bassa Modenese e partecipa attivamente alla elaborazione di progetti editoriali. Contemporaneamente pubblica numerosi articoli sulla Rivista semestrale dell’ Associazione. Gli argomenti trattati spaziano dalla idrografia antica, alla geomorfologia storica, ovvero mettendo a fuoco quella che definiamo la “storia del paesaggio”, accompagnata da una puntuale ricerca archivistica. Il territorio preso in esame è quella parte di Pianura Padana che si distende dalla via Emilia sino al Po.
Principali pubblicazioni.
- Bonfatti, Mirandola sulla Secchia, in La Sgambada , 5ª edizione, Mirandola 1985.
- Calzolari- L. Bonfatti, Il Castello di Mirandola dagli inizi del Settecento alla fine dell’Ottocento: “descrizioni”, documentazione cartografica e trasformazioni planimetriche, in Il Castello dei Pico. Contributi allo studio delle trasformazioni del Castello di Mirandola dal XIV al XIX secolo, Mirandola 2005.
- Bonfatti, Manfredo del Fante. La Bassa Modenese sul finire del XII secolo, vista attraverso le vicende di un cavaliere medievale, «QBMo», 70 (2017).

