Il “Giardino dell’Isola dei Pico”- ” Una ‹ridente e vaga isoletta ch’egli adornò di frutta e di piante d’ogni specie›…

Il “Giardino dell’Isola dei Pico”- ” Una ‹ridente e vaga isoletta ch’egli adornò di frutta e di piante d’ogni specie›…

23 Luglio 2026 0

Il «Giardino dell’Isola» dei Pico

distrutto, gia presso il Castello di Mirandola

Terminati i lavori di ampliamento del Castello e dei bastioni della città, Giovan Francesco Il Pico, grande erudito, seguace del Savonarola nonché nipote del ben piu celebre Giovanni, nel 1524 fece approntare al centro del largo fossato posto a ponente della residenza signorile quella che Leandro Alberti, Girolamo Tiraboschi e i memorialisti mirandolesi Francesco Ignazio Papotti e Giacinto Paltrinieri hanno descritto come una ‹ridente e vaga isoletta ch’egli adornò di frutta e di piante d’ogni specie›. Utilizzando il rivellino a forma triangolare costruito nel 1500 sotto «l’antichissima Torre della Porta fatta a sesto acuto colle fosse per alzare il ponte levatoio che stava sulle antiche fosse» (PALTRINIERI, f. 245), si provvide ad organizzare un giardino collegato alla residenza castellana da un ponte d’accesso e provvisto di un ampio loggiato, di panche di marmo, di una collinetta e di un orto officinale. Un ritiro, dunque, destinato al godimento esclusivo del signore che si era voluto ricreare un ambiente ideale e riservato, lontano dall’abitato, completamente isolato come attesta anche l’esistenza di un’alta siepe lungo tutto il primetro. Pensata con tutta probabilità dallo stesso Giovan Francesco II. La nuova realizzazione diventa il soggetto per un colto Carme che lo stesso Pico dedica al primogenito. Grazie a questo ci è pervenuta immutata nel tempo l’affascinante descrizione di questo locus amoenus dove le piante utili si univano alle piante evocative e ornamentali.

Già otto anni prima, all’ombra del mito dell’Ariosto e del suo fantastico giardino d’Alcina, nella vicina Ferrara, si era avviata la costruzione del grande complesso dell’Isola del Belvedere, primo ap prodo per gli ospiti della famiglia ducale giunti in città per la via d’acqua.

Mirandola, piccola capitale posta a metà strada tra i due principali centri culturali della Padania — Mantova e Ferrara — con i signori delle quali i Pico hanno stretti vincoli di parentela, rivaleggia con esse per mecenatismo. E da due città che avevano fatto dell’acqua uno dei sistemi trainanti della propria forma urbis, la corte pichense evoca la suggestione letteraria di una Mirandola essa stessa città-isola circondata da una fitta rete di canali di bonifiche e da immense praterie.

Ecco allora l’esigenza di emulare la magnificentia dei vicini sia nello sviluppare un modello urbanistico tra i più avanzati in Europa, sia attraverso la promozione edilizia concretizzata nella trasformazione e nell’abbellimento del Castello e nella costruzione dell’alta Torre detta del Mastio, straordinaria opera d’ingegneria militare che ben presto si adattera a belvedere. In questa logica rientra la ricerca di un giardino inusitato e alla moda: l’isola-giardino, appunto, dove lo stesso collegamento porticato con la residenza signorile prende spunto dalle note realizzazioni ferraresi. Un luogo privilegiato, questo, ove il pergolato di viti prolunga l’ombra del portico, i viali sono ornati da quercie e da gelsi e un rivolo d’acqua attraversa l’interno fiancheggiato da salici, meli cotogni, peschi, ciliegi e da fiori. Piante di nocciolo costeggiano poi il sentiero principale che conduce ad una collinetta-belvedere cui accede con andamento serpentino. Il tutto rimanda ai diversi luoghi della terra, ai suoi miti e alla sua storia. Evocazioni, queste, studiate dallo stesso Giovan Francesco che poi le trasmette nel Carme, dove ricorda, accanto agli alberi di fichi, anche piante di peri, di meli, ri-cercati boschetti di castagni, pini e noci destinati a rappresentare le parti più selvatiche, nonché siepi e cespugli di mirto, di lauro o di bacche fruttifere fiancheggianti comparti destinati alla coltivazione di piante officinali e odorifere, ordinate secondo lo schema dei giardini semplicistici. E, sparsi per l’intera isola, gruppi di agrumi.

Emerge così un giardino ideale, benché enfatizzato dalla licenza poetica, che attesta una dettagliata e aggiornata conoscenza botanica, nonché la capacità di saper ottenere gli effetti voluti, attraverso l’esotismo di buona parte delle essenze di cui viene precisata, nel Carme, la vicina o lontana provenienza geografica:

«… E Genova, regina d’ogni mare, C’invia le piante da lei divelte…›.

Così l’isola è il luogo sospirato e desiderato perché riproduce la belle2za del mondo letterario amato e conosciuto dal signore intellettuale. Un angolo, questo, che l’ampliamento del sistema difensivo della città attuato da Fulvia da Correggio, vedova di Ludovico II Pico, distrugge nel 1577. Probabilmente già abbandonato dopo la morte violenta del suo ideatore e per le non certo ottimali condizioni ambientali delle fosse mirandolesi nel periodo estivo, l’isola-giardino viene così inglobata nel nuovo bastione del Castello voluto a protezione del complesso residenziale. Luogo questo poi ampliamente modificato nel corso del Seicento prima da Alessandro I, poi da Alessandro II Pico, particolarmente impegnato nel promuovere un generale abbellimento urbanistico e monumentale della Mirandola. In questo secolo di rinnovato splendore delle commesse ducali, in una sorta di nuova rinascita della città, i due duchi si impegnano a riorganizzare anche i nuovi giardini di corte misurandosi, in questo modo, con la vicina Modena, dove proprio in quegli anni si dibatte e poi si definisce l’assetto della nuova reggia degli Este e degli annessi giardini. Alessandro II, che sposa Anna Beatrice figlia del celebre Francesco I d’Este, e anche l’ultimo grande mecenate di casa Pico che finanzia la ricostruzione dell’intero sistema dei giardini di città e delle residenze in villa come i Casini della Motta e della Fossa e il Palazzo della Concordia. Sul grande bastione del Castello su cui s’affacciano i ristrutturati appartamenti detti della Cancelleria, della Contabilità e del Guardaroba ducale, oltre che parte delle vaste cucine, viene così riorganizzato, secondo una rigorosa ripartizione geometrica, il nuovo giardino di corte.

I disegni, redatti dai memorialisti Papotti e Paltrinieri, ne documentano l’assetto caratterizzato dalla ripartizione dello spazio in comparti coltivati a fiori a cui s’affiancano, in forma ovata, due piazze o labirinti. Le mura, che costituiscono il limite fisico del giardino, fungono da elementi sopraelevati adatti sia al passeggio da cui osservare la campagna, sia a collegare gli altri spazi contigui organizzati a verde e posti tra il palazzo-castello e i bastioni. Ne è esempio il giardino antistante il loggiato della Galleria Nuova voluta da Alessandro II nel 1668 per ampliare gli spazi residenziali e riorganizzare la prestigiosa raccolta d’arte composta da oltre trecento opere.

Con l’aggressione delle truppe francesi, l’annessione della Mirandola al ducato di Modena, i fatti rovinosi del 1714 e la progressiva demolizione del complesso residenziale, i giardini dei Pico sono i primi elementi che scompaiono anche dalla memoria delle carte. I giardini di corte del baluardo del Castello, dove già Alessandro I Pico aveva organiz2ato una grande festa in onore di Cesare d’Este, vengono definitivamente atterrati nel 1805 e dimenticati. Ma è proprio in occasione della romantica ricostruzione della propria identita locale che Giacinto Paltrinieri, noto studioso d’arte nonchè collezionista, il 10 giugno 1845, propone per il nuovo sipario dipinto del teatro mirandolese Greco-Corbelli, assegnato ai modenesi Crespolani e Manzini, l’evocazione  della  cinquecentesca  isola-giardino divenuta, nell’immaginifico di massa, l’isola perduta.

Vincenzo Vandelli

Tratto da: Committenze dei Pico

A cura di Graziella Martinelli Braglia

Cassa di Risparmio di Mirandola

Anno 1991

Autore Vincenzo Vandelli

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