Roberta Paltrinieri – Perle di cultura – Giovan Francesco II Pico della Mirandola e l’invenzione delle origini: da Costantino, al re-picchio, alla fuga d’amore.

Roberta Paltrinieri – Perle di cultura – Giovan Francesco II Pico della Mirandola e l’invenzione delle origini: da Costantino, al re-picchio, alla fuga d’amore.

20 Marzo 2026 0
Roberta Paltrinieri

Nata a Mirandola, è plurilaureata e ha conseguito le proprie lauree presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, sviluppando un profilo multidisciplinare d’eccellenza negli ambiti filosofico, letterario, storico e artistico.

Ha fondato e insegnato per oltre vent’anni nel proprio Studio Didattico, una private teaching school, operando come private tutor and learning coordinator. A questa attività ha affiancato quindici anni di docenza di materie umanistiche nelle scuole secondarie statali della provincia di Modena. Nel corso degli anni ha inoltre integrato i propri studi con percorsi di specializzazione presso prestigiose fondazioni italiane.

Già redattrice di testi d’arte e autrice di dispense su vari argomenti specialistici, ha tenuto seminari e conferenze anche all’estero sull’arte italiana.

Collabora stabilmente a vario titolo con docenti universitari in Italia e all’estero.

È ricercatrice indipendente, scrittrice e ghostwriter.

Ha intrapreso la collaborazione con Al Barnardon mossa dalla convinzione che la cultura locale in ogni sua sfaccettatura -dall’arte alla storia, dalla letteratura alla filosofia e alle tradizioni- rappresenti un patrimonio inestimabile da sostenere e valorizzare.

Giovan Francesco II Pico della Mirandola e l’invenzione delle origini: da Costantino,  al re-picchio, alla fuga d’amore

Durante il Rinascimento l’encomiastica, dal greco enkomion (elogio), produzione letteraria colta con l’intento di celebrare una dinastia o un signore, rappresentava un concreto strumento di propaganda per legittimare il potere, anche creando origini leggendarie.

Nel tardo quattrocento Boiardo, con l’Orlando Innamorato, pose le basi dell’encomiastica per esaltare la “chiara prole” della casa d’Este “che il mondo di sua gloria ha da empire”.

M.M. Boiardo, Orlando Innamorato, Frontespizio d’epoca

Tuttavia fu Ariosto che nell’Orlando Furioso elevò questo genere a modello, raggiungendone la massima espressione. Nelle varie edizioni del Furioso, 1516-1533, l’encomio diventò quasi profetico, inserendo personaggi che trasformarono il potere politico in destino epico.

 

L. Ariosto, Orlando Furioso, Frontespizio d’epoca

Nella complessa trama spiccava infatti la vicenda del valoroso Ruggiero, eroe saraceno discendente da Ettore, le cui imprese si concludevano con la conversione al cristianesimo e le nozze con Bradamante, da cui avrà origine la casata degli Este, “che fu di voi/e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio”. 

Questa discendenza favolosa, chiaramente propagandistica, era all’epoca necessaria per fugare la maldicenza fatta circolare dai nemici degli Estensi che li volevano discendenti dal perfido traditore Gano di Maganza.

Nel panorama culturale tra ‘400 e ‘500, l’encomio genealogico, cioè la costruzione di una genealogia mitica ovvero l’invenzione di un illustre o eroico antenato, o anche più di uno, non era solo un vezzo letterario, ma un fenomeno culturale diffusissimo e, soprattutto, una precisa strategia di convalida del potere. Non era adulazione cortigiana, bensì un sofisticato sistema di comunicazione politica e culturale. In un’epoca in cui la legittimità delle signorie italiane non poggiava sempre su solide basi dinastiche o legali, la poetica e la narrazione storica diventavano strumenti primari per creare consenso e prestigio.

Modelli classici e genealogie mitiche trasformavano il signore in un erede ideale della grandezza antica, fondendo il presente con un passato leggendario, in cui i signori del Rinascimento cercavano la conferma della propria identità, nobiltà e legittimità.

Accettare personaggi del mito o della storia come i propri capostipiti dimostrava che il potere raggiunto non era nato da intrighi politici recenti; quindi un’illusoria discendenza mitica nobilitava il presente, rivelando che il signore non era un parvenu, ma l’erede di una grande stirpe.

Quasi tutte le grandi dinastie dell’epoca, come Estensi, Gonzaga, Visconti o Medici, affidavano a poeti o storici di corte il compito di “nobilitare” il proprio sangue collegandolo a figure leggendarie, eroi classici o divinità, non importava se inventati, purché fossero antichi.

Mentre Boiardo e Ariosto celebravano in Ruggiero l’antenato ideale degli Este, un’operazione parallela avveniva nella famiglia dei Pico della Mirandola. La fondazione del mito si rinveniva in una leggenda e in un antico re, ma anche nell’opera di uno dei maggiori rappresentanti della casata, Giovan Francesco II Pico, nipote e biografo dello zio Giovanni, oltre che intellettuale di indiscusso valore.  

Ritratto di Giovan Francesco II Pico, Palazzo Ducale, Mantova

Sebbene in modo volutamente indiretto, l’opera di Giovan Francesco convergeva con l’encomiastica nella necessità di scoprire un’origine nobile antica per giustificare l’autorità presente.  

Infatti l’ascesa delle signorie padane tra XIV e XVI secolo non fu soltanto un processo di consolidamento militare e patrimoniale, ma rappresentò soprattutto una complessa operazione culturale. 

Il caso dei Pico appare, in tal senso, esemplare. Se l’indagine storiografica moderna ha definitivamente ricondotto la stirpe al ceppo dei cosiddetti figli di Manfredo, evidenziandone il legame con il sistema vassallatico di Matilde di Canossa, dalla quale per fedeltà e servizio ottennero potere, terre e castelli, mantenuti con una faticosa politica di alleanze e guerre locali, la pubblicistica rinascimentale ha tentato un voluto oblio di tali origini.

P. Litta, Tavola genealogica dei Pico, Particolare

I Pico hanno costruito un abile processo di stratificazione mitografica, permettendo alla casata di emanciparsi dal passato feudale. 

Nella famosa biografia dello zio, Giovan Francesco inserì un passaggio fondante di questa costruzione, ovvero l’invenzione del legame con Costantino il Grande, che abbinata alla più antica e popolare leggenda di Valnemorosa e al recupero del mito italico del re Picus, non ha rappresentato solo una semplice licenza poetica, ma una precisa strategia di legittimazione politica.

 

 

Testa monumentale di Costantino, Musei Capitolini, Roma

In questo schema ogni strato mitico serviva come correttivo per trasformare un’aristocrazia di servizio in una dinastia di diritto. Infatti, costruire un mito appagava il bisogno di prestigio dei signori, proiettandone la dinastia su un piano di superiorità rispetto ai rivali contemporanei.

Capire come si potesse accettare la discendenza da un personaggio mai esistito implica calarsi nella mentalità del tempo; infatti se tra Medioevo e Rinascimento il nome era destino, nobilitarlo, anche se con opere fantastiche, era reale necessità.

In questo contesto Giovan Francesco sosteneva il mito delle origini imperiali della casata, facendola discendere da un pronipote di Costantino.

In Ioannis Pici Mirandulae vita, composta nel 1496, Giovan Francesco scriveva: “paternum genus (licet a Costantino Caesare per Picum pronepotem, a quo totius familiae est cognomentum, memoriae proditum sit traxisse primordia) missum facientes”, “tralasciando le notizie riguardo la discendenza dal ceppo paterno (sebbene sia stato tramandato che la famiglia abbia tratto origine da Costantino Cesare, attraverso il pronipote Pico, dal quale deriva il cognome dell’intera stirpe)”.

Giovan Francesco riportò la “leggenda familiare” per compiere un’indiretta nobilitazione della casata, attraverso una manovra storiografica audace, puntando su due elementi chiave: riportare la “leggenda” per collegare la stirpe a un passato mitico dichiarandone esplicitamente l’origine imperiale, in quanto si sostiene la discendenza da Costantino Cesare; il legame con il nome, che proverrebbe l’origine dal lontano Pico, pronipote dell’imperatore, da cui deriverebbe il sangue e il nome appunto della casata.

Da acuto intellettuale Giovan Francesco presentò la discendenza imperiale non come un’ipotesi reale, ma come una “tradizione antica e consolidata” della famiglia. Infatti usò una formula cautelativa, non dicendo “è un fatto certo” ma “si tramanda che”, “memoriae proditum sit”. Questo espediente gli permise di nobilitare la famiglia pur sapendo, come storico, che non aveva documenti certi. Impiegò questa formula per scaricare la responsabilità della verità storica sulla tradizione orale, classico espediente umanista per riportare leggende senza dover fornire prove certe.

Utilizzò poi “remotum pronepotem”, lontano pronipote, in senso lato, non necessariamente il figlio del nipote, accorgimento che servì come “ponte” temporale tra l’epoca di Costantino (IV sec.) e la comparsa dei Pico nella storia documentata.

Collegare i Pico a Costantino non fu casuale, perché significava attribuire a Mirandola una doppia legittimità: quella romana, intesa come ordine e diritto, e quella cristiana di cui l’imperatore fu il primo grande protettore.

 

Mosaico con Costantino, Santa Sofia, Istanbul

Inserendo di sfuggita, ma volutamente, questo “antenato immaginario” nella biografia ufficiale, Giovan Francesco trasformò la storia familiare elevandone il rango a una superiore nobiltà e cultura.

Pur senza alcun fondamento storico, nessun Pico nella dinastia costantiniana, Giovan Francesco sottolineava, con nonchalance, la pretesa discendenza imperiale, che per i Pico rappresentava una verità ufficiale da tramandare ai posteri.

Infatti messa per iscritto da un uomo di cultura rispettato e di tale levatura, la leggenda diventò “fonte storica” e quel “licet a Costantino Caesare” agì a lungo come una verità alternativa.

La leggenda popolare del IV secolo di Euride e Manfredo fornì poi una base narrativa all’invenzione genealogica.

 

Testo latino della leggenda di Euride e Manfredo

La principessa Euride, figlia naturale dell’imperatore Costanzo II, e Manfredo di Sassonia, alto dignitario di corte, fuggirono da Costantinopoli per amore. Varie peripezie condussero i fuggitivi nella boscosa Valnemorosa, dove si stabilirono. Dopo alterne vicende e il perdono dell’imperatore, fonderanno Mirandola e uno dei figli, Pico, darà origine alla dinastia. La leggenda ribadiva quindi la traccia costantiniana attraverso Costanzo II, figlio di Costantino.

Sostenere che si stabilirono nel territorio mirandolese nel IV-V secolo significava affermare che i Pico possedevano quella terra prima delle invasioni barbariche, prima della Chiesa e molto prima dei Canossa, mentre la storia documentata parla di bonifiche e contratti feudali medievali.

Nelle Lettere Mirandolesi il Pozzetti riporta inoltre che il nome Pico era ricollegato dagli eruditi di corte alla figura mitologica del re Picus: “Non mancano di quelli che, per dare alla casa dei Pico una origine più che umana, la vollero derivata da quel Pico primo re dei Latini”.

Ovidio e Virgilio, narravano di Picus, il primo re del Lazio, figlio di Saturno e padre di Fauno. Era un re-indovino, bellissimo e valoroso, trasformato in un picchio, uccello sacro a Marte e simbolo di forza guerriera, dalla maga Circe, offesa perché aveva rifiutato il suo amore.

 

L. Giordano, Pico e Circe, 1655-1660, HAUM Museo,
Braunschweig

Il senso politico di tale stirpe indicherebbe che se i Pico discendessero dal re Picus la loro nobiltà sarebbe originaria, poiché quel re mitico era legato alla terra italiana, prima ancora dell’arrivo di Enea.

Il Ceretti analizzò il mito cercando di capirne la fusione con la realtà: “Vana è la lusinga di chi volle trarre il nome dei nostri Principi dalla favolosa metamorfosi del re Pico…Eppur siffatta opinione, sebbene priva di fondamento nei documenti, fu cara ai dotti del Rinascimento, i quali amarono scorgere nell’emblema del picchio non solo l’etimo del casato, ma la prova di una nobiltà anteriore alla stessa fondazione di Roma”.

Per Ceretti, ovviamente, il mito era solo “un’opinione cara ai dotti” per rivendicare un primato di antichità su Roma.

Tuttavia perché inventare? In epoca umanistico-rinascimentale possedere una discendenza antica era fondamentale. Giovan Francesco citando un antenato di nome Pico discendente da Costantino creava un doppio legame di prestigio: quello storico-cristiano, che tramite Costantino legava la famiglia alla Chiesa e all’impero romano, e quello mitologico-classico che evocava il re del Lazio. Così i Pico apparivano come “eredi” sia della Roma imperiale che arcaica.

Nonostante gli storici sapessero la verità, queste leggende vennero tramandate per secoli, in particolare per il valore pubblico di quelle “invenzioni”: nel Rinascimento “dimostrare” che il proprio nome derivava da un re antico cambiava il peso politico della casata. La realtà storica, nota ai cronisti, veniva deliberatamente messa in secondo piano rispetto alla “storia voluta”, considerata più adatta al rango di principi umanisti.

L’operazione culturale dei Pico non si limitava a una banale invenzione genealogica, ma costruiva uno schema a livelli sovrapposti: si partiva dal livello arcaico, Picus il re latino della mitologia romano-italica, trasformato in picchio, uccello profetico e guerriero, sacro a Marte, che precede le origini di Roma.

Seguiva il livello imperiale-umanistico, enunciato dal testo di Giovan Francesco, che con il pronipote di Costantino, spostava il mito dal sacro al politico, per creare un artificio a giustificazione della sovranità. 

Infine il livello territoriale, la leggenda di Euride e Manfredo, che avrebbe dovuto spiegare perché i Pico si insediarono proprio nel territorio di Mirandola.

Il primo a guardare con scetticismo alle favole genealogiche fu Girolamo Tiraboschi, che sottolineò la mancanza di documenti tra il IV secolo, epoca di Costantino, e l’XI che menzionassero un Pico imperiale. Per Tiraboschi i Pico erano una nobilissima famiglia, ma di natura feudale e locale, riconducibile esclusivamente al ceppo dei figli di Manfredo; definiva quindi la leggenda di Giovan Francesco come un “tipico abbellimento umanistico”.

 

 

Girolamo Tiraboschi

Anche il Litta ricostruì una tavola genealogica nella quale l’origine della famiglia non iniziava di certo dalla stirpe di Costantino, ma da Manfredo nel X sec.; rimarcava poi che le pretese imperiali erano “fondate sul nulla” e nate dal desiderio di eguagliare le grandi casate europee.

 

P. Litta, Tavola genealogica dei Pico

Il Ceretti liquidò miti e leggende come “origine favolosa”, mentre il Pozzetti li definì “ornamenti letterari”.

L’indagine sulle origini dei Pico della Mirandola rivela come la storia di una dinastia non sia fatta solo di diplomi imperiali o di possedimenti terrieri, ma anche di miti e leggende.

La falsa “verità” del mito e della leggenda non mina la nobiltà dei Pico, ma la rende ancor più affascinante, dimostrando lo sforzo intellettuale con cui una piccola signoria padana ha attuato il tentativo culturale di fondere storia, mito e propaganda per plasmare la realtà politica. Si trattava della costruzione psicologica di quella politica dell’immagine che rimarcava come la nobiltà non fosse solo sangue, ma anzitutto narrazione.  I Pico compresero perfettamente come la sovranità rappresentasse una questione tanto di prestigio intellettuale quanto di forza militare.  

Bibliografia

  • L. Ariosto, Orlando Furioso, Torino, Einaudi, 1992, Proemio;
  • M.M. Boiardo, Orlando Innamorato, Torino, Einaudi, 1995, libro II, canto XXI
  • A. Burgio, Dizionario dei nomi propri di persone, Roma, Hermes Edizioni, 1992;
  • F. Ceretti, Memorie storiche della città e dell’antico ducato della Mirandola, vol. I, Mirandola, 1872;
  • F. Ceretti, Famiglie nobili della Mirandola e memorie del conte Maffei, Modena, 1878;
  • Genealogia dei temi mitici, Roma, Trasformazioni uomo-animale, www.leportedell’anno.unito.it;
  • P. Golinelli, Matilde e i Canossa, Milano, Mursia, 2004;
  • P. Litta, Famiglie celebri italiane. Pico della Mirandola, Milano, Giunti, 1835;
  • Manfredo, leggenda popolare del IV secolo, Il Crostolo, Reggio Emilia, Anno I, 1880;
  • Ovidio, Metamorfosi, Milano, Mondadori, 2005, libro XIV;
  • G.F. Pico, Ioannis Pici Mirandulae viri omni disciplinarum genere consumatissimi vita per Ioannem Franciscum illustris principis Galeotti Pici filium conscripta, Presentazione di B. Andreolli, Aedes Muratoriana, Modena, 1994;
  • P. Pozzetti, Lettere mirandolesi scritte al conte Filippo Mazzuchelli, Firenze, 1833
  • G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi col codice diplomatico illustrato con note, Modena, Società Tipografica, 1793;
  • Virgilio, Eneide, Torino, Paravia, 1977, libro VII.
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