Livio Bonfatti – La Chiesa della Madonna della Via di Mezzo
LA CHIESA DELLA MADONNA DELLA VIA DI MEZZO
(MIRANDOLA)
A volte la non conoscenza delle vicende storiche del mirandolese e dei comuni limitrofi, non ci consente di apprezzare particolari architettonici ed opere d’arte poste in edifici sacri che costituiscono il fulcro di una intensa attività religiosa. Uno di questi luoghi, sconosciuto ai più, è la Chiesa della Madonna delle Grazie e dei Miracoli, detta comunemente della Via di Mezzo, che fu la sede del Tribunale dell’Inquisizione di Mirandola, dalla fine del XV secolo al 1784, quando venne abolito dal duca di Modena Ercole III d’Este.
Tralasciamo di illustrare gli scopi per i quali venne creato l’istituto del Tribunale dell’Inquisizione per soffermarci sulle modalità di svolgimento del processo davanti all’Inquisitore Generale, in quanto la “procedura criminale” veniva esercitata appunto presso la chiesa della Via di Mezzo. L’importanza degli avvenimenti verificatosi nell’edificio religioso, è stata ricordata da Paolo Golinelli, docente presso il Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Verona, in una lettera inviata al Sindaco del comune di Mirandola il 1° novembre 2000, assunta al prot. n. 18078 e che qui di seguito si trascrive:
“Gent.mo Sig. Sindaco,
sono nato a Mirandola, dove ho compiuto gli studi medi e superiori al Liceo “Pico” ed ho vissuto sino a pochi anni fa a Cavezzo, dove conservo ancora una casa e dove trascorro l’estate e molti week-end facendo belle passeggiate in bicicletta. Durante questi giri mi sono accorto che il tracciato della nuova tangenziale di Mirandola incrocia la chiesetta della Madonna della Via di Mezzo. Allarmato, ho chiesto informazioni all’amico dott. Vilmo Cappi, che mi ha confermato il passaggio della stessa in sopraelevata tra la casa colonica adiacente e l’oratorio, con grave pregiudizio per il contesto paesaggistico e lo stesso edificio sacro. Ora non si pretende che Mirandola abbia nella pianta organica dell’ufficio tecnico uno storico di professione (come Bologna), ma chiunque pratichi un po’ la storia cittadina sa che quell’oratorio, oltre alle pregevoli opere artistiche che ancora conserva (in particolare un ciclo di Maria in scagliola), è l’ultima testimonianza rimasta di un insediamento domenicano molto famoso, perché sede nel Cinquecento del Tribunale dell’Inquisizione, descritto da Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta l’Italia, e noto perché vi è ambientato il dialogo Strix, sive de ludificatione daemonum dì Giovati Francesco Pico (edito a Bologna nel 1519, e tradotto nel 1521: La strega, o degli inganni del demonio): uno dei testi più importanti della letteratura antistregonica del Cinquecento, edito l’ultima volta da Albano Biondi nel 1989 per le edizioni Marsilio. Lo stesso Biondi scoprì un elenco di 10 persone finite sul rogo a Mirandola nel 1523 con l’accusa di stregoneria, e lo presentò al convegno che organizzai per il Comune e la Deputazione di Modena a Mirandola nel 1983 su Mirandola e le terre del basso corso del Secchia.
Quella chiesetta quindi non è una delle tante chiese di campagna, ma una testimonianza storica di primaria importanza, che dovrebbe essere preoccupazione degli Amministratori salvaguardare e valorizzare, non umiliare costringendola sotto o a fianco di un soprapassaggio pieno di traffico e di rumore, mentre ora è nel silenzio e nella pace della campagna, frequentata da gente che fa jogging e giri in bicicletta. La memoria del passato, con le sue bellezze e le sue sofferenze, è quella che sostanzia e dà senso al nostro vivere in società; senza di essa saremmo senza radici, gettati nella frenesìa della quotidianità (ricorda quella lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio?). Se ancora è possibile fare qualcosa, lo faccia. So bene (e Cappi con me) che la voce degli intellettuali suona stonata nelle programmazioni economiche; ma non posso non elevarla, anche a nome dei tanti che si sono occupati della storia di quel luogo, specialmente di chi non può più parlare ed aveva con me e con Mirandola comunione di studi e di affetti: don Francesco Gavioli, Vito Fumagalli ed Albano Biondi.
Sperando che questa mia lettera non sia stata completamente inutile, saluti ed auguri,
Paolo Golinelli “
Per analogia con il Tribunale dell Inquisizione di Modena, descritto da Giuseppe Trenti nel volume I processi del Tribunale dell’Inquisizione di Modena – Inventario Generale Analitico – 1489 / 1784, Modena 2003, il processo dell’Inquisizione si svolgeva davanti all’Inquisitore Generale o a un suo vicario, come nel caso di Mirandola, risultando il ducato mirandolese un vicariato foraneo, dipendente dalla Diocesi di Reggio.
Per quanto riguarda l’organico dell’Ufficio esso era costituito da un corpo di ‘’Patentati”, disponendo in genere di un gruppo di tre funzionari, ovvero del vicario (il parroco della chiesa o un religioso – un Domenicano nel caso di Mirandola – del convento locale) di un Cancelliere e di un Mandatario. Altri funzionari eventualmente coinvolti nel processo risultavano essere: l’Avvocato dei rei (ossia si direbbe “d’ufficio”); il Visitatore delle carceri; un medico fisico; il Provveditore dei carcerati.
Le cause si istituivano o d’ufficio, a seguito di atti istruiti dagli stessi vicari foranei o a “voci” o a istanze pervenute per diverse vie al Tribunale. Era previsto poi il caso di denuncia di una terza persona venuta a conoscenza del fatto delittuoso od anche l’autodenuncia dello stesso reo.
Il relativo procedimento prendeva le mosse per citazione o convocazione e si svolgeva in una o più sedute. Nel corso di esse aveva luogo l’interrogatorio dei testi e dell’imputato. All’imputato era poi riconosciuta, almeno in teoria, facoltà di difesa, mediante ricorso all’Avvocato dei rei. Se ritenuta necessaria, la presenza dell’inquisito veniva comunque assicurata da eventuale carcerazione cautelativa e la veridicità della sua deposizione corroborata, previo parere medico, dall’inflizione della tortura. Siffatto strumento giudiziale, – talora per altro solo minacciato – consisteva, a seconda delle condizioni fisiche dell’inquisito, nella sollevazione del corpo da terra mediante corda legata a tergo alle braccia (con puntuale slogatura e necessaria rimessa in pristino delle medesime), o nell’applicazione di legnetti (detti “siboli”) stretti alle mani, al piede o al tallone.
In genere la tortura veniva decisa verso la fine del processo stesso che si chiudeva, con decreto di non luogo a procedere o di attribuzione di penalità lievi (semplici penitenze). Talvolta con una sentenza di condanna o rarissimo di assoluzione. Le pene inflitte sulla base di una variegata tipologia di reati, potevano consistere in: attribuzione di oneri spirituali di diverso peso e durata; ammende corporali o pecuniarie; pubblica fustigazione; carcere secolare o lavoro forzato.
Venivano comminate anche pene capitali, tuttavia abbastanza rare. Le condanne a morte, per la verità non molte, venivano eseguite, nel caso di Mirandola, nella piazza Grande, ora piazza Costituente.
Era più frequente e molto temuto, il bando temporaneo o perpetuo dal luogo di abituale residenza, o dalla famiglia.
Le spese processuali, comprese quelle della citazione, della cattura e del mantenimento in carcere, erano in genere, salvo i casi di grande indigenza, a carico dell’inquisito andando ad aggravare le eventuali ammende pecuniarie. Il procedimento processuale veniva esercitato presso il Tribunale dell’Inquisizione costituito presso la Chiesa della Madonna della Via di Mezzo, officiata dall’Ordine dei Domenicani.
Non è chiaro in quali edifici si svolgesse il processo dell’Inquisizione mirandolese, anche perché la realtà attuale del complesso religioso appare notevolmente compromessa dalle demolizioni succedutesi negli ultimi due secoli. Occorre in primo luogo parlare della Chiesa. La Chiesa della Madonna delle Grazie e dei Miracoli è ben rappresentata in un disegno pubblicato da V. Cappi. Essa era stata edificata, probabilmente, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo:
«Distante dalla Mirandola, scrive il Padre Serafino Gilioli, un buon miglio tra mezzogiorno e ponente, trovasi una chiesa, detta della via di Mezzo, perché situata nel mezzo di due strade una del Dosso [ora denominata via Mercadante e si innestava dopo le attuali vie Baccarella e Personali, sulla esistente via Dosso
che conduce a Cavezzo passando davanti alla villa Delfìni] l’altra che accenna alla Roncole [ora via Scarabella], dove una volta era un nucleo abitato denominato Borgofuro [ovvero Borgo di fuori] per la frequenza di molte case che giungevano alla Mirandola [ma anche per distinguerlo da altri due Borghi, quello di Sant’Antonio e il Borgo Franco detto anche Borgo di S. Giustina presenti nelle immediate vicinanze delle mura della città di Mirandola]. Ora da tempo immemorabile si venera in questa chiesa una Immagine di Maria Vergine col bambino in braccio, che per l’affluenza delle “grazie” che dispensava a suoi devoti e dei miracoli che operava, si chiama la Madonna delle Grazie e de Miracoli. Dissi da tempo immemorabile perché i Padri dell’Ordine di San Domenico avevano qui convento e chiesa nella via di Mezzo nel 1496».
Le vicende storiche narrano inoltre che il 18 gennaio 1511 il pontefice Giulio II della Rovere giungendo da San Felice sul Panaro, alloggiò «in loco nominato Borgo Furo appresso la Terra [Mirandola] uno millio e cum Sua Santità sono quattro Cardinali e il Signor Duca di Urbino».
È lo stesso Papa che, conquistata Mirandola, farà distruggere, per ragioni di difesa della fortezza, i borghi presenti nelle vicinanze della città compreso Borgofuro. Tuttavia già nel 1521 risulta che la chiesa ed il convento della Madonna della Via di Mezzo furono riedificati. Terminati nel 1523 gli edifici, nel convento della chiesa della Via di Mezzo, vi andarono ad abitare li predetti religiosi di San Domenico con il Tribunale dell’Inquisizione. Nel convento dei Padri Domenicani furono ospitati religiosi eccellenti in pietà e dottrina quali in realtà furono il padre Luca Bettini fiorentino, il padre Nicolò Michelozio, il padre Domenico Tedeschi della Mirandola ed il padre Leandro Alberti bolognese, assai noti per le loro opere ed in particolare il padre Leandro per la sua “Descrizione dell Italia .
È il conte Giovan Francesco Pico, detto il “Letteratissimo” a scrivere nel 1519 il famoso trattato sulle streghe “La strega o degli inganni del demonio“
«Nel secolo XVI la Via di Mezzo fu uno dei famosi convegni delle Streghe, cotanto in voga a quei tempi. Nel piccolo convento dei Domenicani si era quindi inalzato il Tribunale del Santo Uffizio, o della Inquisizione, che al dire del Santo Padre Benedetto XIV ebbe per primo lo scopo le cause della fede, e le persone colpevoli di violata religione. Esso giudicava codesti rei di eresia; ma il supplicio di morte contro di loro, ben avverte il Devoti non fu ordinato dai ministri della Chiesa, ma bensì da giudici secolari in virtù delle leggi de’ principi e de’ governi… i carnefici del medio evo erano al servizio non del Papa e dei vescovi, ma sebbene dei magistrati ordinari”. E che anche dal Tribunale Mirandolano si seguisse l’uso di consegnare i rei al braccio secolare, ce lo dice chiaro il domenicano frate Leandro Alberti nella lettera colla quale dedica alla contessa Giovanna Caraffa la traduzione d’un libretto composto sul proposito delle Streghe dal conte Gio. Francesco Pico di lei marito;… ci narra come un don Benedetto Berni, perché somministrava le Ostie consacrate ad una strega, perché se ne valesse ne’ suoi sortilegi, l’Inquisitore della Via di Mezzo lo giudicò degradato, “dippoi consegnollo al Podestà, et elio incontinente, secondo l’ordinazione delle leggi, lo fece bruggiare».
Dove venissero tenuti i processi non è certo anche se dai documenti del XVIII sec. si può risalire all’edificio destinato a ciò.
In data 18 giugno 1767 il duca di Modena concesse al marchese Giuseppe Paolucci in feudo le tre ville di Santa Giustina in Vigona, di Cividale e della Roncole. Il Ceretti riferisce che il Pretorio della Giurisdizione del Feudo e la Comunità della Roncole erano in Borgofuro, in un antico palazzo dei conti Scarabelli ora atterrato. La possessione ove sorgeva è detta tuttora Scarabella.
Occorre precisare che l’edificio ora esistente pur presentando caratteristiche tipologiche riferibili ad un edificio importante e non certamente ad un uso agricolo, deve essere solo una parte residuale dell’antica dimora dei conti Scarabelli. Il fabbricato nobiliare doveva disporsi parallelamente alla attuale via Scarabella ed in collegamento con gli altri edifici posti sullo stesso lato della strada. Sempre il Ceretti riferisce che “il palazzo era di forme grandiose ed ora è distrutto”
L’edificio di cui si tratta era il “palazzo villereccio” della famiglia nobile mirandolese degli Scarabelli e dei quali si ricorda:
«Scarabelli Giuseppe, figlio di Giulio Cesare nato il 7/2/1626, aveva la qualifica di ingegnere militare, geografo e letterato, a servizio dei Pico venne nominato Sopraintendente Maggiore delle ducali fortificazioni nel 1666. Personaggio di rilievo nella storia di Mirandola in quanto protagonista di una vicenda “delittuosa”. Egli venne accusato di aver “tentato di porgere il veleno in un fiore al duca Francesco Maria Pico”. Nel 1691 Scarabelli Giuseppe venne per ciò imprigionato assieme alla moglie ed al figlio Massimo e “serrategli ai piedi grossa catena, fu gettato in fondo al mastio del castello di Mirandola. Quattro anni ed otto mesi durò tale prigionia. Nel marzo 1695 il prigioniero è tradotto a Milano e detenuto per un anno e tre mesi nel carcere della Torretta di Porta Romana. Alla fine del processo Scarabelli è assolto perché il fatto non sussiste e viene reintegrato dei propri beni. Gli atti del processo sono depositati presso l’Archivio di Stato di Milano ed in copia presso l’Archivio di Stato di Modena. Morì nel 1706 ad 80 anni e fu sepolto nell’Oratorio della Madonna della Via di Mezzo che sorge nelle vicinanze del palazzo Scarabelli».
Altrettanto importante è il conte Giuseppe Scarabelli Pedoca, figlio di Massimo e quindi nipote del precedente Giuseppe Scarabelli. Nato nel 1711, ingegnere, nel 1742 venne elevato al grado di colonnello d’artiglieria da parte del duca di Modena Francesco III, con funzioni di primo ingegnere del genio. [È l’autore alla metà del XVIII secolo di una ricca cartografia della fortezza di Mirandola)]^. Nel 1739 “delineò e condusse” la strada [poi via Vandelli] che congiungeva gli Stati di Modena alla GarfagnanaV
Ipotizzato pertanto che i processi di stregoneria venissero svolti nel XVIII secolo, ma anche in precedenza, nel palazzo Pretorio collocato nella villa di campagna della famiglia Scarabelli, occorre ora individuare l’edificio ove erano incarcerate le persone inquisite.
Sorge attualmente a un centinaio di metri a sud del fondo Scarabella un edificio rurale denominato nelle mappe catastali Fondo Le prigioni. Il fabbricato, che ha subito profonde trasformazioni interne per renderlo funzionale alla residenza, presenta nella parte alta, oltre il solaio del primo piano, caratteristiche tali (corniciatura di gronda, falde del tetto) da ricondurlo ad un edificio SeiSettecentesco. Cosa più importante è che all’interno nel sottotetto erano riconoscibili, fino a qualche decennio fa, a ridosso dei muri perimetrali, le nicchie di ripartizione delle singole cellette e i piccoli finestrini di aerazione (ma non si può escludere che le cellette facessero parte del convento dei Domenicani). Non è possibile definire con assoluta certezza se il fabbricato (ora di proprietà Stefanini) avesse questa antica destinazione.
«Di tutto questo glorioso passato di storia e di potenza – scrive V. Cappi – l’Oratorio attuale conserva per fortuna la parte più importante dal punto di vista artistico che è “l’antico altare maggiore”, costruito per ospitare ed onorare la veneratissima immagine. L’altare occupa ora con la suo mole e le sue dimensioni tutta la larghezza della parete posteriore della piccola chiesa che ne risulta completamente arredata. Nell’aspetto attuale il monumento rispecchia in pratica il momento di maggiore splendore e compiutezza che gli fu dato nei primi anni del secolo XVIII (1712) quando l’artista carpigiano Giovanni Pozzuoli, uno dei maggiori maestri dell’Arte della scagliola, creò e sistemò attorno al dipinto 15 quadretti rettangolari in scagliola, 15 formelle, ognuna delle quali rappresenta a colori uno dei Misteri del Rosario. Si tratta di una serie di scene di grande aderenza al soggetto, ricche di personaggi e di vedute e piene di movimento, che nel loro insieme costituiscono una grande composizione a tipo di pannello rettangolare che sembra un solo dipinto, a pastello, con tanti episodi diversi. Di questi, uno solo si rivela facilmente non opera di Pozzuoli, perché diverso come stile e qualità e decisamente meno che mediocre sia nel disegno che per il colore ed è quello che si trova sopra alla testa della Vergine, che rappresenta la fustigazione di Cristo, che è l’ottavo Mistero. L’opera del Pozzuoli è senza dubbio il suo capolavoro e in definitiva una delle opere migliori e più complesse di tutta la produzione carpigiana. La vivacità degli episodi, la chiarezza delle descrizioni, il movimento dei personaggi, la bellezza dei colori conferiscono all’insieme un effetto mirabile; se si vuole proprio trovare ed indicare una manchevolezza, un difetto, questo è che le figure sono trattate, come è l’uso dell’artista, con una indubbia durezza di linee. L’opera è quasi sconosciuta (non agli studiosi) ma è senz’altro la migliore cosa del genere che esista nel Mirandolese e merita di essere goduta. Anche il paliotto è, nel suo genere, una cosa eccezionale, per la delicatezza delle trine che ripetono il ricamo a giorno delle tovaglie da altare e per grazia delle figure un poco calligrafiche, ma squisite. Come si vede subito il paliotto è opera di altro artista, ugualmente molto valente, ma di altro stile, che è il carpigiano Gian Marco Barzelli, che lo eseguì diverso tempo prima dell’intervento del Pozzuoli, probabilmente nella sesta o settima decade del secolo XVII; rappresenta la Madonna del Rosario ed è una replica di quello che si vede nella chiesa di Budrione nel Carpigiano»
L’epopea del Tribunale dell’Inquisizione mirandolese si chiude, verso la fine del XVIII secolo con un importante processo intentato nei confronti di Lucia Roveri. Era quest’ultima una mirandolese. Padre Pompilio Pozzetti, ricorda che “certa Lucia, figlia di Jacopo Roveri e di Margarita Malagoli, avuta da cert’uni in concetto di santa, fino a dire, che essa godeva di estasi celestiali e che dialogizzava a posta colla Beata Vergine”. La Roveri e i suoi seguaci professavano l’eresia:
«Valevasi i settari d’un giovinetto, qual d’altro preculsore, cui imparar facevano a memoria enimmatici sermoni allusivi a quel che essi chiamavano il gran mistero. Tanto bastò perché le credule persone a lei ricorressero del continuo vogliose di saper la sorte dei congiunti o degli amici trapassati” Sempre il Pozzetti riferisce che “ datone avviso all’Inquisitore di Modena, lo passò [il processo] al Vicario del suo tribunale nella Mirandola, ma dovette accorgersi poscia che i Roveriani delirj avevano in quello stesso Vicario anzi un difensore che un vindice [si tratta di p. Ludovico Serafino Vecchi]. Finalmente la sovrana Autorità prese di mira codesta conventicola e dissipolla. Parecchi dei settarj furono imprigionati, taluni rinchiusi nei chiostri, altri castigati con multe pecuniarie e con salutari penitenze, ed i principali fecero chi privata, e chi solenne abiura dell’errore in codesta chiesa già de’ PP. Cappuccini, essendosi l’lnquisitore recato a Mirandola. La suddetta Lucia Roveri venne trasferita a Modena e dopo formale abjura condotta a Reggio e serrata nell’Albergo de’ Mendicanti dove morì nel 28 febbraio 1778»7.
Fin qui la Storia testimoniata dai documenti conservati negli archivi, poi la realtà si confonde con il “mistero” degli avvenimenti più o meno recenti, tanto da far intravedere.
La maledizione delle streghe
Tutto ha inizio fra il 1884 ed il 1890, quando venne progettato, ai sensi della legge 23 luglio 1881, un canale denominato Diversivo*, che aveva lo scopo di convogliare le acque alte, poste a sud dell’asse immaginario che congiunge Concordia sulla Secchia a Finale Emilia, per condurle ad est della Bassa Modenese sino a confluire, presso Bondeno, nel Canale di Burana.
Il cavo Diversivo rappresentava un opera particolarmente importante in quanto avrebbe evitato alluvioni o ristagni d’acqua, causati dai “dugali” che drenavano l’acqua piovana od anche le tracimazioni di Secchia, nelle valli mirandolesi e finalesi.
Per comprendere le complesse operazioni che si rendono necessarie ad una corretta progettazione, specialmente di opere di ingegneria idraulica, mi sembra opportuno raccontare ciò che sosteneva un mio vecchio insegnante di Topografìa.
L’ing. Michele Sardo era solito rivolgere agli studenti questa domanda all’inizio del corso: «Dovendo voi progettare o tracciare un tratto di strada, un canale, un ponte, usereste la testa o i piedi?». Al solito gli allievi rispondevano «La testa!». Ed egli con sorriso – sardonico – rispondeva «Sbagliato! Occorre prevalentemente usare i piedi. Ovvero recarsi sui luoghi, verificare sul terreno le eventuali difficoltà ed impedimenti e solo dopo aver fatto ciò, a tavolino, si procederà alla vera e propria progettazione».
Questo avvertimento mi sembra ancor più confermato nel caso dei lavori di scavo del canale Diversivo. L’importanza di questa opera pubblica e l’urgenza della sua esecuzione, avrà sicuramente indotto i tecnici incaricati a ridurre al minimo i tempi della progettazione, per procedere sollecitamente a dar corso all’inizio del manufatto.
Il canale Diversivo venne scavato a partire da San Possidonio procedendo parallelamente alle preesistenti vie Zalotta e Mercadante. Tuttavia i progettisti non notarono o non diedero soverchia importanza al fatto che il tracciato del canale venisse ad intercettare l’edificio religioso della Madonna della Via di Mezzo. Potremmo dire ora, con malignità, che la “maledizione delle streghe” avesse totalmente offuscato l’intelletto degli ingegneri progettisti. Di fronte all’evidente errore i tecnici risolsero di “disassare” il canale facendogli compiere una leggera deviazione, ancora oggi ben rilevabile, per evitare appunto la chiesa .
L’edificio in questione, già in cattive condizioni, poco tempo dopo crollò in parte e si rese perciò pericolante. A fronte delle sdegnate proteste degli abitanti e fedeli, il Consorzio ritenne di dover riedificare, a proprie spese, la chiesa. Tuttavia, come quando il rimedio è peggiore del male, la nuova chiesa non solo non assomigliava per niente a quella crollata, ma era dotata di caratteristiche architettoniche assolutamente inadeguate.
Infatti presentava un tetto con falde eccessivamente spioventi, sorrette da mensole in legno, che ben si adattano alle media ed alta montagna, soggette ad intense nevicate. Anche la zoccolatura, eseguita con “pietra serena”’ del nostro Appennino, appare un “unicum” nella edilizia storica mirandolese. Infine la larghezza della chiesa non teneva in considerazione le dimensioni dell’altare maggiore, tanto che il monumento a malapena può essere contenuto nella parete a sud.
Ma la “maledizione delle streghe”, sollecitata in ciò dalle “fiamme eterne” sgorganti dal vicino pozzo di estrazione del petrolio [ENI SpA – Concessione mineraria Mirandola – Pozzo San Giacomo 1], ha avuto modo di esprimersi ancora ben cent’anni dopo.
Nei primi anni Novanta del secolo appena trascorso, si dovette progettare il nuovo tracciato della Variante alla Strada Statale 12 per l’attraversamento dell’abitato di Mirandola. Anche in questo caso si trattava di una opera importante, attesa da decenni, indispensabile per alleggerite il traffico veicolare della Circonvallazione attorno al centro storico del capoluogo. Il Comune di Mirandola aveva ripetutamente sollecitato l’A.N.A.S. per l’esecuzione di questo tracciato alternativo. L’Azienda stradale indicò una soluzione di compromesso che consisteva in: «Il Comune fornisca, in tempi brevi, gratuitamente, il progetto esecutivo dell’opera pubblica e l’A.N.A.S. provvederà a dare priorità all’intervento, finanziandolo nei piani decennali previsti a carico dello Stato». Questa opportunità non poteva essere persa e si ritenne che la progettazione esecutiva, affidata ad altro Ente pubblico territoriale, potesse essere effettuata in breve tempo, senza oneri eccessivi per la comunità mirandolese. Tutto ciò risultò verosimile, ma la prestazione, assolutamente gratuita, non tenne conto dei suggerimenti dell’ing. M. Sardo. Anche in questo caso è stato diffìcile coniugare “il presto col bene”.
Infatti solo con il tracciamento dei lavori e dopo gli espropri effettuati dall’A.N.A.S., ci si rese concretamente conto che la nuova sede stradale, scavalcando il canale Diversivo, richiedeva la messa in opera di un rilevato stradale che cancellava – a forma di croce – il contesto storico-architettonico dell’importante sito della Madonna della Via di Mezzo.
Tutto ciò vi appare casuale o dovuto ad un preordinato malefìcio?
Confido perciò che il ricordo degli avvenimenti storici sopra descritti possa prevalere sulle improvvide opere pubbliche e lasciarci ancora una viva testimonianza della Chiesa della Madonna delle Grazie e dei Miracoli.
Livio Bonfatti
Tratto da : Quaderni della Bassa Modenese
Anno 2011 – N.59
Editore G.S.B.M.
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