Maurizio Bonzagni – Le origini della dinastia dei Pico

Maurizio Bonzagni – Le origini della dinastia dei Pico

18 Ottobre 2026 0

Spesso, nel raccontare ciò che Mirandola è stata, chi ascolta rimane stupito di un passato così glorioso, quasi incredibile, proprio perché di quella grandezza oggi è sopravvissuto ben poco a testimoniarla.

Questo breve scritto, rigorosamente storico, si propone  di far scoprire a un pubblico più ampio la straordinaria ricchezza di eventi che si  sono susseguiti tra le stesse strade, gli edifici e le piazze che ancora oggi fanno da sfondo alla nostra quotidianità.

Solo un riassunto di quello che conosciamo dei Pico e del loro dominio, con l’auspicio che possa essere da stimolo per ulteriori approfondimenti attraverso le numerose pubblicazioni edite dal Gruppo Studi della Bassa modenese di San Felice, dal Centro Internazionale Giovanni Pico, dalla Aedes Muratoriana di Modena, dalle Casse di Risparmio di Mirandola e delle altre città del territorio o anche semplicemente curiosando sul ricco sito internet di Il Barnardon.

Le origini della Dinastia dei Pico

La storia dei Pico inizia da molto lontano, in un tempo da cui gli scritti giunti fino a noi sono rari e non ci permettono di conoscere tutto ciò che vorremmo sapere ma ci consegnano delle tracce che possiamo seguire.

A parte una leggenda che i Pico amavano sentirsi raccontare a corte che vorrebbe farli discendere da Euride, la nipote dell’imperatore romano Costantino il Grande, fuggita con il suo valoroso consorte, il sassone Manfredo, in modo più realistico i Pico vantavano la loro più antica discendenza da un nobile di nome Manfredo al seguito di Carlo Magno.

Tutte le dinastie europee rivaleggiavano per vantare la discendenza più antica e i Pico hanno sempre custodito gelosamente la pergamena firmata da Carlo Magno con cui egli concedeva nell’anno 808 la restituzione di beni al loro avo Manfredo di Reggio, tratto al suo seguito dopo la conquista del Regno Italico.

Questa pergamena non è andata perduta con l’archivio della signoria, distrutto nell’esplosione del torrione del 171,4, in quanto era stata precedentemente trasferita a Modena con altri documenti dal nuovo signore di Mirandola, il duca Rinaldo d’Este, ed è tutt’ora conservata presso l’Archivio Storico di questa città’.

Il diploma e il sigillo di Carlo Magno sono autentici ma osservando il punto in cui si cita il nome di Manfredo ci si accorge facilmente come questo nome sia stato maldestramente alterato, ovvero come sia stato raschiato dalla pergamena il nome originale e riscritto su di esso quello di Manfredo (fig. 1).

Diploma di Carlo Magno a favore di Manfredo (808)

Un inizio della dinastia quindi molto antico e di prestigio ma anche molto dubbioso.

Il collegamento da questo primo presunto progenitore al primo antenato certo della dinastia ovvero Guido da Limidi, è stato studiato da Girolamo Tiraboschi, il padre francescano del’700 responsabile della biblioteca estense, succeduto a Ludovico Antonio Muratori, i due padri della storicità scientifica italiana, i primi a ripulire la storia medioevale italiana da leggende e invenzioni, ricostruendo i fatti basandosi solo su documenti certi.

Il Tiraboschi, attraverso documenti da lui studiati, ricostruisce un collegamento che passa attraverso figure storiche di primo piano, duchi di Milano, conti di Parma, basandosi sostanzialmente sul patronimico con Manfredo che si ripete ogni due generazioni, rinnovando cioè nel figlio il nome del proprio padre, come era costume in un’epoca in cui non esisteva ancora il nome di famiglia, ma è il Tiraboschi stesso a riconoscere che la ricostruzione è senza prove certe, pur ritenendola plausibile.

Guido da Limidi è dunque il primo personaggio della nostra storia da cui la discendenza che darà luogo ai Pico si fa certa. Di lui conosciamo però ben poco oltre ad una prova della sua esistenza nel 1019 in una carta in cui i suoi figli operano una donazione a favore della chiesa di Reggio. Non sappiamo neppure se Guido fosse il signore di Limidi o se semplicemente venisse nominata la città per specificarne la provenienz.a al solo scopo di identificarlo oltre al nome.

Sappiamo che ebbe tre figli, e che da Adalberto nacque un nuovo Manfredo, il primo vero capostipite della dinastia.

Manfredo era un cavaliere, capitano agli ordini di Matilde di Canossa e per lei combattè contro l’imperatore Enrico IV di Franconia nella lotta per le investiture, a difesa del solo diritto papale di nominare i vescovi. I vescovi erano i veri signori delle città e rivestivano quindi un ruolo politico oltre a quello ecclesiastico ed era comune allora che la loro nomina avvenisse anche ad opera dell’Imperatore del Sacro Romano Impero.

Il nostro Manfredo è nominato nella biografia di Matilde scritta dal monaco Donizone, il confessore della contessa. Da lui sappiamo che Manfredo venne catturato dall’esercito imperiale nel 1092 e un secondo documento ci dice che nel 1096 era già morto.

Anche i figli di Manfredo militavano come cavalieri nell’esercito di Matilde e sono a lei molto vicini. Li ritroviamo infatti molte volte al suo seguito, nominati come testimoni in atti notarili di donazioni, placidi giudiziari, infeudazioni, tasse ed esenzioni, firmati dalla stessa contessa. Con Ugo il più presente tra i diversi figli, che in un’occasione è nominato come suo capitano.

Nel 1115, anno della morte di Ugo e della stessa Matilde, una pergamena spunta fino a noi e, conservata presso il monastero di Nonantola, ci riporta che la contessa dona ad Ugo ed ai suoi discendenti la curie di Quarantoli e il suo castello. Curie era un distretto ecclesiastico dipendente da una pieve (chiesa battesimale) ma ha da tempo smesso di avere il suo significato ecclesiastico, più spesso il termine era usato per indicare’ il territorio compreso nel suo distretto.

Questa pergamena è però quasi certamente falsa, redatta a metà del 1200 dai monaci benedettini di Nonantola per dimostrare i loro possedimenti e contrastare così le mire del vescovo di Modena. Nel documento si pecificherebbe infatti che Matilde possiede la curie in quanto questa fu data in enfiteusi, affitto perenne, dal monastero a suo padre, il marchese Bonifacio di Canossa.

Il monastero aveva infatti subito un incendio durante le invasioni barbariche dei terribili ungari nel X secolo e i monaci divennero abili nel riscrivere molti documenti che ritenevano fossero andati distrutti o, semplicemente, perchè utili a dimostrare i loro vasti possedimenti, accumulati fin dall’epoca longobarda.

Il contenuto del documento è comunque molto credibile, dopo Matilde queste terre le ritroviamo infatti interamente possedute da famiglie derivanti da quel Manfredo cavaliere della contessa. Il figlio di Ugo muore senza discendenti e la donazione si sarebbe infatti trasmessa ai suoi fratelli.

Alla sua morte la contessa sgretola il suo impero, donandone pezzi alle varie chiese e monasteri ma anche ai suoi fedeli vassalli e l’intera famiglia di Manfredo era a lei fedelissima, tanto vicina da risultare appunto al suo cospetto come testimoni in molti dei suoi atti in varie parti del suo regno, ed è quindi plausibile che la pergamena nonantolana non faccia altro che mettere per iscritto ciò che era ben noto a tutti.

Signori di cui non abbiamo traccia prima di Matilde e dopo di lei li ritroviamo unici proprietari del territorio. Il radicamento in queste terre dei discendenti di Marifredo avviene effettivamente a seguito di Matilde di Canossa.

La disputa tra impero e papato non cessa con la morte di Matilde, anzi è lei stessa ad alimentarla in quanto pur essendo feudataria dell’imperatore dona le sue terre alla Chiesa. E le guerre tra sostenitori del papato, guelfi, e del Sacro Romano Impero, ghibellini, si protrarrà per diversi secoli ancora.

Dopo Matilde inizia il periodo dei Liberi Comuni, in cui le città conquistano una loro indipendenza e si governano autonomamente con rappresentanze cittadine, una sorta di prima democrazia che però naufragherà appunto nel caos delle guerre tra guelfi e ghibellini.

Guerre non solo tra città limitrofe, Parma ghibellina, Reggio guelfa, Modena ghibellina, Bologna guelfa ma anche all’interno delle stesse città, tra famiglie sostenitrici del papa e famiglie ghibelline che frequentemente davano luogo a scontri armati tra le vie.

L’evoluzione all’epoca delle signorie diviene quindi un processo naturale, alla ricerca dell’uomo forte capace di ripristinare l’ordine e governare i tempi di guerra.

Dagli altri tre figli di Manfredo si formano rapidamente diversi nuclei famigliari. Da Guido discenderanno i Papazzoni, i Padella, i Passaponti, gli Azzolini e i Pedocca, da Bernardino i Pio e i Del Fante e da Alberto i Roberti e i Pico.

Uomini d’arme, cavalieri rozzi, rissosi, facili alla spada, che si contenderanno le diverse proprietà terriere della zono ma che allo stesso tempo sono costretti ad consociarsi p er contrastare le mire dei potenti vicini di Mantova, Ferrara, Modena e Reggio.

“La Comunaglia dei Figli di Manfredo”, come viene spesso nominata, un consorzio di famiglie imparentate tra loro che opportunisticamente si alleano e prestano giuramento a seconda della convenienza politica del momento alla città di Reggio prima, per poi farlo con Modena dopo pochi anni e cambiare nuovamente alleanza più volte, muovendosi in comunione e acquisendo sempre più potere all’interno del territorio.

Diversi di loro li ritroviamo podestà di Reggio, di Cremona, di Modena.

E’ solo nel 1221 che abbiamo però un documento con cui viene concesso ufficialmente da parte del cardinale Ugolino d’Ostia il possesso della bassa pianura al consorzio famigliare dei Figli di Manfredo, ratificato poi dallo stesso pontefice Onorio III.

E’ un periodo di relativa calma tra impero e stato pontificio e quasi a mettere il cappello su queste terre il papato ne ratifica il possesso ai Figli di Manfredo. Ugolino, che diverrà poi a sua volta papa come GregorioIX, indice nello stesso anno la quinta crociata per liberare il Santo Sepolcro e diversi dei figli di Manfredo, quasi a compensare la concessione, vengono “precettati” a combattere in Terrasanta. Tra questi Ildebrandino, discendente da quel Pizo, il potente primo podestà del neo costituito Comune di Reggio, da cui la famiglia Pico deriverò il nome distintivo della Casata dopo un paio di generazioni.

In entrambi i documenti però, quello del cardinale e quello del papi„ non viene menzionato il presunto lascito di Matilde del 1115, come invece avrebbe probabilmente dovuto essere se fosse stato noto al tempo nella loro stesura. Uno dei motivi che fanno appunto ritenere falso il documento nonantolano.

A conferma dell’importanza acquisita sul territorio dagli appartenenti  ai Figli di Manfredo ritroviamo lo stesso Ildebrandino come ambasciatore modenese a trattare la pace con Bologna nel 1227.

Il nipote di Ildebrandino, Bartolomeo, sposa Luisa o Lovisa, la figlia di Ubmbero Pallavicino, il potente ghibellino signore di gran parte della “Lombardia”(Cremona, Piacenza, Parma e vicario imperiale di Milano). I Pico acquisiscono sempre più autorità all’interno dei Figli di Manfredo.

Da lui discende Francesco della Mirandola, il primo signore della città.

Tratto dal volumetto “I PICO DELLA MIRANDOLA” Breve storia della dinastia”

Autore Maurizio Bonzagni

In collaborazione con: Università della Libera Età – Amici della Consulta – Comitato Sala Trionfino – Consulta del Volontariato Mirandola.

Con il contributo di: MONARI e Tipografia/Litografia Malagoli

Maurizio Bonzagni
Maurizio Bonzagni

Chimico, nato a Mirandola nel 1958, ha lavorato a lungo come responsabile vendite presso una multinazionale di materie plastiche ma è soprattutto un appassionato di storia locale di cui è da anni un attento lettore. Dopo aver arricchito la propria biblioteca di numerosi testi su Mirandola e la Bassa Modenese e raggiunta recentemente la pensione ha iniziato la collaborazione con Al Barnardon per condividere e contribuire a divulgare la splendida storia delle nostre terre, spesso sconosciuta o ignorata da molti dei suoi stessi abitanti.

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