L’assedio della Mirandola di Papa Giulio III (1551 – 1552) – Neanche un Papa, allora, riuscì a conquistarla.
“Notare che 50 anni fà fino al presente la ditta Mirandola è stata la causa della mina d’Italia e se per caso la restasse come la sta, la faria come li cani arrabbiati, che mordono amici e nemici e saria una spelonca in Italia, perchè non l’havendo potuto submergere un Papa et uno Imperatore li habitanti di quella mordriano ogni persona et sarà una sentina di ladri ed assassini”
TOMASINO DE’ BIANCHI detto Lancillotto: “Cronaca di Modena”. Parma 1861 T II 25 Marzo 1552.
Il giorno 14 Aprile dell’anno 1552 venne ferito a morte, davanti alle mura della Mirandola, in una scaramuccia senza importanza, poco più che una zuffa, nella quale per il suo carattere irruente aveva voluto immettersi, Giovan Battista Del Monte, nipote del Papa Giulio III e comandante generale dell’esercito pontificio che assediava la Mirandola. Questo fatto importante accelerò la decisione del Papa (che già aveva aderito a malincuore alla guerra) di abbandonare l’assedio e consacrò la vittoria della Mirandola.
L’assedio era cominciato nei primi giorni del Luglio 1551 e finì il 50 di Aprile del 1552; durò quindi 10 mesi e fu il più lungo che ebbe a subire la Mirandola. Le ragioni che lo determinarono si inseriscono nel quadro generale della lotta tra la Francia e l’Impero per il predominio politico e militare in Italia e, in proiezione più ristretta, in quello dei problemi legati alla “Questione” della successione nel Ducato di Parma e Piacenza, allora in mano Farnese e sotto l’influenza pontificia.
L’Imperatore Carlo V, che aveva occupato Piacenza dopo l’assassinio di Pier Luigi Farnese, aveva disposto l’assedio di Parma, che era stata occupata, a sua volta, dal figlio di Pier Luigi, Ottavio, che si era prontamente alleato con la monarchia francese . Allo scopo di ostacolare e di minacciare indirettamente l’assedio, un grosso di forze filofrancesi, ammassate e raccolte alla Mirandola, aveva cominciato a svolgere scorribande di disturbo ed azioni di saccheggio nel territorio dello Stato Pontificio cioè nelle vicine zone di Crevalcore e di S. Giovanni.
Il Papa Giulio III (al secolo Giovanni Maria Ciocchi Del Monte), che aveva dovuto adottare la politica antifrancese del suo predecessore, Paolo III (al secolo Alessandro Farnese, padre di Pier Luigi), si venne a trovare quasi obbligatoriamente legato alla posizione presa dall’Impero. Inoltre non era del tutto contrario che il nipote Giovan Battista diventasse Signore di Parma, che così sarebbe ritornata sotto l’influenza dello Stato Pontificio; il Del Monte, dal canto suo, ambiva anche, nel caso di un successo militare, impadronirsi della Signoria dei Pico. Così, mentre l’esercito imperiale seguitava l’assedio di Parma, un esercito pontificio pose l’assedio alla Mirandola.
La Mirandola si trovava da poco più di un anno al governo di Ludovico II Pico (1550 -1568), che seguiva, come è noto, per interesse e per alleanze, la politica filofrancese del padre. Per quanto le truppe raccolte all’inizio, per le operazioni di disturbo e guerriglia nello Stato Pontificio e a soccorso di Parma, fossero molto numerose, nell’instaurarsi dell’assedio furono trattenuti e ricoverati in città, per ragioni tattiche e logistiche, solo 1.000 fanti e circa 500 cavalli. Le forze pontificie, partite dal territorio bolognese si portarono in gran numero, sotto la Mirandola dalla fine di Giugno ai primi di Luglio; erano comandate da Alessandro Vitelli e da Camillo Orsini; questi dopo un poco di tempo (17 Sett. 551) verrà sostituito dal nipote del Papa, che assunse il grado e le funzioni di Commissario Generale. Si sa che non mancarono divergenze anche importanti e quindi nocive per l’andamento delle operazioni tra il Vitelli, Capitano Generale dell’Armata, di vasta e provata capacità militare, e il Del Monte, coraggioso ed impetuoso, ma rozzo e violento, meno esperto e preparato, che teneva la sua parte di comando per ragioni politiche e di nepotismo. All’inizio il Campo era forte di 9 o 10.000 soldati; il loro numero fu notevolmente ridotto in seguito, ma mai a meno di 4.000 fanti e 500 cavalli, assai spesso avvicendati e sostituiti.
Nei primi tempi dell’assedio le forze mirandolesi e francesi erano comandate da Monsignor Francesco di Termes; il comando effettivo, operativo, però sembra tenuto da Pietro Strozzi, coadiuvato da Cornelio Bentivoglio, Ludovico Pico, Orazio Farnese, personaggi legati alla Francia da tempo o da tempo ostili, per diverse ragioni, al Papato, con la collaborazione di diversi capitani.
Dopo i primi contatti marginali e di assaggio i “Mirandolesi” si ritirano in Mirandola mentre le forze papali si spiegano tutt’intorno alla Fortezza. La Mirandola però è munitissima: ha i granai pieni, sale al bisogno, cibarie per due anni, vino per un anno, legna, foraggi, carne salata, aceto; ci sono munizioni ed armi per un esercito di 5.000 soldati. Ai soldati, durante l’assedio, non mancano e non mancheranno mai i viveri (grazie anche a frequenti e fortunati, benché rischiosi, colpi di mano che porteranno in città bestiame vivo e cibi freschi), ma già dopo poco tempo la popolazione comincia a soffrire la fame; la povera gente è senza olio, senza sale; mangia fava al posto del pane; i mulini lavorano solo per i soldati e i cittadini più fortunati mangiano, quando ne hanno, frumento pestato. Circa dopo un mese di assedio sono fatti uscire dalla città 200 tra donne e bambini; nel mese di Ottobre, all’affacciarsi dell’inverno, è fatto uscire un altro gruppo di donne (le cosidette “bocche inutili”), denutrite, con i loro bimbi affamati, “coi putti per mano, così magri che parevano de cartone”. Nel Marzo dell’anno seguente, dopo 9 mesi si assedio, qualche sventurata esce di tanto in tanto dalla città per sfamarsi; una di queste viene presa dai soldati e venduta all’incanto a suon di tromba.
Man mano che l’assedio prosegue, gli animi dei combattenti si incrudeliscono: la morte degli amici, le scaramucce senza pietà, ” a corpo a corpo al pugnale”, o “a spada a spada a cavallo”, “a spana a spana nel campo”, le imboscate notturne o in mezzo alle grandi nebbie, a tradimento, il fango delle trincee e dei camminamenti sotto le piogge, le pene dei giorni senza speranza, i racconti falsati dall’immaginazione e dalla propaganda, il pericolo quotidiano della morte immanente rendono i soldati crudeli e pieni di odio: “alla Mirandola si fa mala guerra”, si combatte alla disperata o come si dice “alla Turchesca”, cioè non si fanno più prigionieri.
Dal punto di vista strettamente militare le azioni dell’artiglieria, della fanteria e degli archibugieri (la cavalleria, sia pesante che leggera, inutile in una guerra di logoramento, non ha occasioni di essere impiegata e, quando lo è, lo è con scarso profitto), queste azioni si diceva, predisposte con grande impiego di uomini, di mezzi e di denaro, dal Comando del Campo non hanno quasi mai la fortuna sperata, in gran parte per la capacità strategica e il valore dei difensori, ma anche per la configurazione estremamente razionale dal punto di vista militare delle opere difensive della Mirandola, già bastionata e protetta da un gran numero di bocche da fuoco. Per bloccare la Città e anche per rendere l’assedio meno oneroso (riducendo il numero delle forze impegnate) s’innalzano d’intorno alla Mirandola, in tempi ravvicinati, ben 9 Forti, in vista dell’inverno e del prolungarsi delle operazioni; l’intento è anche di ostacolare l’ingresso di rinforzi, di viveri e di munizioni e anche il soccorso reciproco con Parma. Si abbattono piante ed “alberi boni” cioè quercie ed olmi e quasi tutto un bosco (il bosco monastico di S. Giustina?) per creare uno spazio nudo e controllabile intorno alla fortezza ma anche per ricavare il legname delle fortificazioni.
Per primi vengono costruiti 4 Forti, proprio di fronte alle cortine, nelle Ville di S. Antonio di Camurana (il più vasto ed articolato, sede dei Comandi), di S. Giustina, di Cividale (detto S. Michele dall’intitolazione di quella chiesa) e di S. Martino Carano, più un quinto a Quarantoli, che ha funzioni prevalentemente strategiche e logistiche più che ossidionali. In un secondo tempo, perchè sono troppo lontani e quindi non efficaci, sono abbandonati (ma non rasi al suolo; rimangono con funzioni logistiche) e se ne costruiscono altri quattro, più vicini, nelle stesse Ville e con gli stessi nomi, di fronte ai quattro bastioni della Città. Anche i Forti sono bastionati; circondati da terrapieno e fossato; sono opere formidabili e moderne; in più, dopo poco tempo, sono congiunti tra loro da una larga e profonda trincea. Contengono alloggiamenti in baracca, case in muratura e perfino la chiesa della Villa. Meno i primi tre (forse costruiti da Camillo Orsini), sono progettati dal famoso ingegnere militare Jacopo Fusti da Urbino, detto il Castriota, che in un’opera di arte militare ce ne lascia i disegni e le misure.
Fronteggiano una Città provvista pure di formidabili opere difensive, interne ed esterne ( i bastioni risalgono a soli 7 anni prima, costruiti da Galeotto II, grazie all’interessamento della Francia e agli enormi appannaggi concessi), circondata da un larghissimo fossato con acqua e munitissima, come si è detto, di artiglieria.
Anche il provvedimento, organizzativo e militare, della costruzione dei 4 Forti nuovi non ha gli effetti sperati; il blocco della città non è realizzato totalmente ed inoltre l’artglieria non sembra avere ragione delle sue mura, basse e spesse, rinforzate da terrapieni e trincee. Così, si cerca di far cadere la Città per trattative segrete, proponendole insieme a vantaggiose concessioni e promesse, ma il Signore della Mirandola fà rispondere sdegnosamente che perderà piuttosto la vita e lo Stato che venir meno alla fede data alla Francia . Si minaccia di assalire con forze nuove la Mirandola e di metterla a ferro e fuoco, costi quel che costi, e Ludovico, spavaldamente, fa sapere al Vitelli che gli regalerà 2.000 scudi d’oro, se l’assalto avrà l’esito vantato. Si tenta altra volta il sabotaggio e il tradimento: un Tamburino ed un Bombardiere si fingono disertori ed entrano in città “per abbrugiare la munizione della polvere ,scoperti, sono impiccati, sulle mura, in vista del Campo . Sembra persino che si sia pensato e studiato un modo per prosciugare le fosse (!) . Fin dalle prime scaramucce, per terrorismo psicologico e poi con il passare del tempo per il persistere degli insuccessi, si proclama e si minaccia di fare della Mirandola e delle sue campagne “terra bruciata”.
Più che di operazioni strategiche e di azioni tattiche (delle quali, come è pacifico, sono ricche le guerre di movimento, dove la capacità aggressiva della fanteria e della cavalleria ha modo di esplicarsi in un concerto strategico) questa guerra di logoramento e di assedio rimane punteggiata di episodi, isolati, anche se concatenati da una logica tattica generale, spesso strettamente personali o messi in atto da piccoli gruppi, con la protezióne dell’artiglieria e le operazioni si esauriscono in pratica in scaramucce, colpi di mano (nei quali ha buon gioco l’intelligenza e il valore personale o dei capi), agguati, imboscate. Su questo tipo di azioni quasi quotidiane le Cronache sono ricche di racconti e di nomi (capitan Turchetto, capitan Livio, il Ravella, sono tra i più citati; perchè tra i più valorosi); sono meno ricche di notizie in dettaglio (perchè di minor effetto descrittivo) sugli interventi e sull’apporto dell’artiglieria papale, destinata a mantenere l’assedio ma che certo non fu determinante, come si vede dall’esito della guerra, e che non fu in grado e nelle condizioni di svolgere il suo ruolo di capacità distruttiva; anche se leggiamo della sua continua attività e che erano state innalzate, nel Campo, in punti particolari, “delle montagne” di terra ingabbiata, cioè dei “cavalieri”, dai quali sparare dall’alto, con i pezzi di grosso calibro, sulle case e all’interno della città. Ma leggiamo anche che alla Mirandola “entravano” frequentemente “ballotte” di ogni peso (perfino da 46 libre!) e munizioni d’artiglieria (il che significa che i duelli di artiglieria erano all’ordine del giorno) e che il Mastio (la gran Torre di Giovan Francesco) si era lesionato, a forza di tirar cannonate.
Non si contano le sortite, a scopo prevalentemente offensivo, per distruggere materialmente le forze avversarie, o difensivo, per guastare le trincee e le opere degli assediati, ma anche a scopo diversivo, per far entrare viveri e munizioni» Siccome l’artiglierià nemica dirigeva i suoi colpi contro la porta della città nel caso delle sortite, rendendosi micidiale e pericolosissima, i Mirandolesi aprono occultamente la vecchia porta di S. Antonio sulla cortina di mezzodì; usano anche, al bisogno, porte di fortuna (dette anche del soccorso) nelle cortine (o salgono sulle mura tramite i rampari), da dove con pontoni mobili gettati sulle fosse, sono in grado di giungere di sorpresa sul nemico; per questo hanno fortificato di là delle fosse, una Fornace e altre piccole teste di ponte, dalle quali disturbano, recano offesa e vigilano il Campo.
Azioni su azioni si susseguono sotto alle mura e nei campi dintorno alla fortezza ma senza risultati consistenti e senza sbocchi decisivi e con una grande mortalità dalla parte degli assedianti. Già dopo pochi mesi i soldati del Campo e molti comandanti sono scoraggiati: “el papa fa dare 5 scuti per archibuxiero perchè non se aritrova fanti che ge volseno andare con pochi danari farsi amazzare”. Le perdite, anche se non si vuol credere ai cronisti e ai contemporanei che parlano, alcuni, perfino di 7.000 – 8.000 morti alla fine della guerra, sono considerevolissime ed aumentano giorno per giorno. Il 14 Aprile, come si è detto, da alcuni fanti, in una scaramuccia marginale, viene mortalmente ferito da una picca al petto e da un’alabarda alla testa Giovan Battista del Monte; i mirandolesi tentano di trascinarlo, morente, dentro le mura. Per salvarlo, se ancora possibile, i suoi si buttano nella mischia, che subito diventa quasi un “fatto d’arme” e che si costella, di ora in ora, di altri morti e di nuovi feriti.
Il fatto sgomenta il Campo e la Corte del Papa. In pochi giorni il Papa concorda con il Re di Francia un Armistizio, che si conclude il 30 Aprile con la partenza dell’Esercito pontificio. In questo frattempo, un Esercito Imperiale, forte di 200 cavalli leggeri, di 5.000 fanti (di cui 3.000 italiani, 500 spagnoli e 1.500 tedeschi) e 100 uomini d’arme, si dirige a marce forzate, dai suoi quartieri e dal Parmense, verso la Mirandola con l’ordine e l’intento di occupare i Forti e seguitare la guerra. Agli ultimi giorni di Aprile le avanguardie sono sotto le mura. Nello Spianato, davanti alla porta, perchè siano ben visibili dall’interno, sono ancora in piedi due paia di forche, a più capestri, una a 35 capestri (!), innalzate dai Pontifici, sulle quali venivano impiccati coloro che portavano viveri in città e le spie.
Nel frattempo gli uomini della Mirandola si erano portati, durante le trattative e sorprendendo i Papali (?), nel Forte di Quarantoli alle spalle dello schieramento nemico. Gli Imperiali tentano di conquistare la posizione ma senza successo; minacciati contemporaneamente dal Forte e dalla Piazza (che nella breve tregua con i Pontifici e nelle remore dell’avvicendamento si era rifornita di viveri e di munizioni), venuta meno con la morte del Dal Monte ( che era ormai il principale interessato alla “questione” della Mirandola) e con il ritiro delle pretese del Papa gran parte dei motivi della guerra, si ritirano senza combattere, abbandonando “a gran pressia”, l’impresa.
Pochi giorni dopo i Forti sono spianati; meno quello di S. Antonio, che fu mantenuto ad utilità delle truppe mirandolesi ancora per qualche giorno.
Nello stesso tempo cominciano la pace e una ricostruzione stentata e difficile per la Signoria e per la fortezza della Mirandola, che lentamente comincia a ‘leccarsi le ferite”. Ci vorranno mesi ed anni; specie per i sudditi e la povera gente. Il Conte Ludovico, che negli ultimi tempi dell’assedio, sicuro della vittoria, aveva passato le giornate a giocare a pallamano, è “dotato dal sacro Re di Franza… di 25 miglia schudi d’oro in oro … per ristoro del danno dell’assedio”. Al Papa, la guerra della Mirandola è costata, si dice, la somma, enorme anche per quei tempi, di 300.000 scudi!


Tratto da: L’Assedio della Mirandola di Papa Giulio III (1551 – 1552)
Autore Vilmo Cappi
Circolo ANSPI ” Le Roncole ” Mirandola
Anno 1991
